.. tutto mio dove pubblicare i miei scritti ed i miei pensieri. Già ma pubblicare
significa, in senso stretto, rendere pubblico e qui non sembra entri nessuno,
me escluso, che pure non sono tanto assiduo. Ed allora? Dovrei sapere che la
pubblicità è fondamentale, se non lo so io chi altri, ma non so da dove cominciare.
Forse ISR? boh, sentiremo.
venerdì 13 giugno 2008
domenica 4 maggio 2008
Papi (racconto incestuoso)
PAPI
"Fammelo prendere in bocca, Papi"
Questa icastica richiesta potrebbe sia nascondere un'esigenza, da parte della Popi,
di leccare il cucchiaino di gelato che il Papi sta coscienziosamente sorbendo, sia invece rappresentare un esplicito ed osceno invito sessuale.
Sospendiamo per un attimo questa visione e ricominciamo da capo.
Dunque il Papi, al secolo avvocato Enzo Chiavacci, è vedovo della compianta madre della Popi, battezzata Francesca, ma Popi per tutti, da parecchi anni, per la precisione sei.
Dalla morte improvvisa, fulminante, della poveretta, tutti dichiarano che l'avvocato sembra non essersi ancora ripreso dallo choc, con quell'aria smarrita, e l'andatura un po' dondolante che lo segnala da lontano, nei suoi peregrinare dallo studio casa e da casa al tribunale. In effetti non si conoscono d'allora, sue storie, etero o omo, che rassicurino amici e conoscenti.
Per la verità subito dopo il Tragico Evento molte vedove e separate avevano cercato di consolarlo, ed in parte un due o tre signore c'erano apparentemente riuscite, poi nulla.
Solo da qualche mese Papi ha preso a frequentare Noemi, una quarantenne malmaritata ma dal legame indissolubile, grazie al cospicuo patrimonio del marito, noto gay, frequentatore di cinema porno delle province contigue e di saune del capoluogo.
Quando è rimasto solo il Papi ha provveduto a cercare, come possibile, di compensare la perdita della madre, occupandosi della Popi in prima persona, anche alla luce delle raccomandazioni che le solerti femmine della famiglia gli muovevano.
E dunque,da subito, la Popi è stata trasferita nella camera da letto, anzi direttamente nel letto matrimoniale, improvvisamente tanto vuoto.
La complicità fisica fra Papi e Popi ha richiesto qualche mese ma non ha tardato a consolidarsi.
Prima il Papi si attardava di sabato a giocare con la bimba, allora appena sei anni, e le sbruffate nel tenero collo, per sollecitare il riso della piccola, ancora così triste, si alternavano ai baci un po' qua ed un po' là, mirati a scatenare il solletico.
Il Papi aveva scoperto il candore della pelle della bimba, già allora molto magra e tendenzialmente longilinea e di questo candore aveva poi preso atto nel carezzarla nelle zone meno maliziose, sulla schiena e sulle braccia.
Avevano anche creato insieme, impossibile ricordarne l'origine, un gioco tutto privato che chiamavano tra loro "saltabacio" che consisteva nel baciare una zona del corpo e poi saltare in tutt'altra mentre la vittima doveva restare seria. Ovviamente la Popi rideva a tutta gola e così era il Papi a insistere nei suoi salti da zona a zona e solo raramente alla bimba accadeva di poter prevalere, se non quando Papi decideva deliberatamente di lasciarla vincere .
Poi, un anno dopo, la Popi scoprì che le labbra del padre sulla pelle nuda erano fonte di piacere diretto e cominciò a chiedere il gioco, con più malizia e scostando il pigiamino, con risultati seduttivi degni di una Messalina.
L' Avvocato Enzo Chiavacci infatti, aveva scoperto nel frattempo che questi giochi innocenti per la verità tanto innocenti non erano; spesso si era ritrovato in erezione, col sesso che premeva nei pantaloni del pigiama ed un paio di volte era anche accaduto che da questi ne fosse addirittura fuoriuscito!
Il poveretto aveva un bel dirsi che avrebbe dovuto troncare questi giochi da subito ma poi la sua innata debolezza l'aveva portato a rimandare e procrastinare, sine die, eventuali, drastiche decisioni.
La confidenza e la quasi simbiosi che caratterizzava questo speciale rapporto padre figlia, avevano portato Papi a spiegare alla bimba con largo anticipo i fatti della vita, e Popi sapeva già tutto su differenze anatomiche e funzionali dei due sessi, nonché le stramberie dei sessi intermedi e poco inquadrabili o definibili: l'avvocato aveva preso il sopravvento sul padre ed aveva consigliato, grazie alla professionale conoscenza del diritto di famiglia e di quanto dietro vi si nascondeva nella quotidianità delle mura domestiche, una linea educativa, molto diretta e disincantata.
Popi aveva visto Papi nudo e se ne avesse rivelato l'erezione se ne sarebbe senza dubbio domandata origine e fenomenologia; indubbiamente imbarazzante.
Così accadeva che il poveruomo, in presa a veri e propri attacchi incontenibili di priapismo, se ne liberasse nella solitudine del bagno, invero assai confortevole, immaginando situazioni estremamente perverse di giochi con coetanee della figlia, da Codice Penale se realizzati concretamente.
Nei mesi successivi alla scoperta di entrambi, ognuno per la sua parte, si era venuta a creare una spiacevole situazione: la Popi sollecitava il Papi a riprendere i vecchi giochi, momentaneamente sospesi ed il Papi cercava di resistere, quasi mai con successo.
Infatti ogni volta, in un modo o nell'altro, la piccola riusciva nel proprio intento, sollevando un lembo del pigiama di qua, arrivando seminuda dalla vasca da bagno di là e, benché l'avvocato affermasse con la ragazzina che certe cose non stanno bene, il padre poi cedeva, rimanendo invariabilmente eccitato e frustrato dall'esigenza di nascondere i propri turgori.
Una mattina la Popi, ormai quasi novenne, era rientrata dal bagno ed aveva alzato, con movimento improvviso, la camicia da notte, reclamando a gran voce il saltabacio cui il Papi, preso in contropiede, non si sentì di sottrarsi.
Quella mattina fu trascorsa quasi interamente sulle lenzuola, con la Popi che si strusciava alle labbra ed alla lingua del Papi, del tutto trasformato nelle qualità e nell'ubicazione dei contatti; dai bacetti a pernacchia, labbra quasi serrate e lingua rigorosamente irraggiungibile ed inoperosa, a baci umidi e profondi. passeggiate su e giù lungo tutto il dorso, alternando labbra e lingua fino a farle gonfiare e dolere.
I giochi terminarono ad ora di pranzo, con la scusa che si doveva uscire perché altrimenti il ristorante avrebbe chiuso, lasciando il Papi con un dolore lancinante ai testicoli. Dolore attenuato e poi eliminato in serata, nel corso di una infinita doccia sotto la quale le mani frenetiche, congiuntamente alla vivida memoria della mattina, operarono il miracolo di due orgasmi contigui, il primo dolente e fisiologico, il secondo più appagante e sensualmente rilevante.
Da quella volta le cose non furono più le stesse: da un lato la Popi diventò sempre più intrigante e seduttiva, esigente ed autoritaria, dall'altro il Papi, pur consapevole che i propri comportamenti andassero sempre più scivolando nella china della rilevanza penale, portava avanti giochi sempre più perversi.
Fra questi, l'abitudine di approfittare, nelle ore avanzate della notte, consapevole del sonno profondo della ragazzina, per illuminarne le forme discinte con l'aiuto di una piccola torcia elettrica portatile, e per masturbarsi in queste visioni rubate.
Un altro giochino che aveva cominciato ad integrare il primo consisteva nell'accostare il proprio membro alle cosce od al culetto della figlia e, strusciandosi con la massima leggerezza per non svegliarla, raggiungere l'orgasmo.
C'era poi quello della mano di lei, abbandonata sul letto che lui prendeva nella propria, con mille cautele, e poi passava sul proprio glande, già debitamente preparato e pronto a dispensare piacere, dopo pochi leggeri contatti con la manina, in grado di regalare sensazioni meravigliose.
L'Avvocato, cosciente dei rischi che stava correndo, decise un giorno di chiarire alla figlia che la qualità dei rapporti fra loro era tutta speciale; che lei gli ricordava la sua povera mamma e che le cose che facevano, i giochi fra loro, erano solo loro e non dovevano essere raccontati a chicchessia e che, in qualche modo, il loro rapporto, era un po' come quello fra moglie e marito.
Popi rimase silenziosa per un po' e poi, candidamente chiese "Vuoi dire che non devo raccontare a nessuno dei nostri giochi del sabato e della domenica".
"No tesoro, meglio che tu ti ricordi che sono faccende fra di noi e solo fra noi possiamo parlarne".
"Ma allora anche dei giochi notturni?" e così l'Avvocato apprese con sgomento quello che aveva spesso subodorato ma che si era rifiutato di considerare: la Popi non era affatto addormentata ma fingeva, per permettere al padre di fare quello che voleva, con maggiore libertà di movimenti e morbosità.
Per l'ennesima volta ci si trovava ad una svolta: la Popi, cui il padre non si era più accostato in quelle notti infrasettimanali, il sabato mattina si denudò del tutto e con la semplicità che solo una totale assenza di malizia o una torbida consapevolezza possono esprimere con analoghe forme, si offrì ai baci del padre dicendogli "Adesso puoi anche trattarmi da moglie".
Mi piacerebbe potervi raccontare che questa battuta sortì l'effetto di far rientrare in sé il padre, ma così non fu; anzi l'uomo si sentì incoraggiato ed assolto nei suoi precedenti comportamenti e passò a giochi ben più intimi.
Il corpo di Popi, precedentemente ed anche adesso, tanto esplorato ed inumidito, leccato e carezzato, fu poi aperto per accogliere nelle pieghe più recondite le dita e la lingua dell'uomo, abile nel trasferire alla ragazzina sensazioni voluttuose, fino al suo inequivocabile stringere contemporaneamente le cosce sulla mano del padre e serrare occhi e labbra per trattenere la sensazione così nuova ed insopportabilmente
forte!
Passarono giorni, mesi ed anni e la costante evoluzione del rapporto portò i due ad
esplorare tutte le vie della libidine più raffinata ed innocente, primitiva e perversa.
A dodici anni, oggi Popi è alta un metro e 65, le tettine stanno facendo la loro timida comparsa in un busto da futura modella, dalla struttura slanciata fino a sembrare filiforme, i capelli lisci e lunghi che possono coprirla, novella lady Godyva e che se non fosse bruna la farebbero assomigliare, in bello, alla Barbie.
L'avvocato ha sentito il bisogno di prendere un po' le distanze dalla situazione, preparato a perdere la figlia come amante e si è impelagato con la Noemi, certo che non accamperà esigenze strane fino a che il suo culattone la foraggerà di tutto punto.
Per essere totalmente onesti, Noemi a letto non vale nemmeno il piedino impudico di Popi ma, tant'è nella vita bisogna sapersi accontentare, e basta che quando Noemi gli fa un pompino lui pensi alla figlia e tutto si aggiusta.
L'ultimo gioco che avevano inventato era quello del gelato; Popi, ghiotta di gelato d'estate e di panna montata d'inverno, sorbisce il gelato direttamente dal cazzo del padre sul cui glande poggia ogni cucchiaiata e che succhia fra l'eccitata ilarità di entrambi; il freddo della crema ritarda l'esito del pompino ma le sollecitazioni della lingua annullano gli effetti deprimenti della temperatura bassa del gelato, in una serie di caldo freddo che si conclude a gelato terminato in cui il pompino potrà essere portato a termine.
Oggi Papi è pensieroso, riflette sul futuro della figlia e anche di se stesso: Popi sta manifestando un interesse particolare per Enrica , nuova compagna di banco quattordicenne, tornata a scuola dopo due anni d'assenza per ragioni familiari.
Le due ragazzine sono inseparabili e lui sospetta che fra di loro ci sia qualcosa in più di un'innocente amicizia fra adolescenti: l'idea lo eccita e pensa che un eventuale allargarsi della coppia non possa fare altro che bene all'armonico sviluppo psicofisico della figlia.
Dopotutto un padre deve stare attento a quello che può accadere ad una figlia vivace e sensuale come Popi.
Mentre riflette, un po' trasognato, sente la voce della ragazzina che gli sussurra insinuante: " Fammelo prendere in bocca Papi, sai quanto mi piace il gelato!"
"Fammelo prendere in bocca, Papi"
Questa icastica richiesta potrebbe sia nascondere un'esigenza, da parte della Popi,
di leccare il cucchiaino di gelato che il Papi sta coscienziosamente sorbendo, sia invece rappresentare un esplicito ed osceno invito sessuale.
Sospendiamo per un attimo questa visione e ricominciamo da capo.
Dunque il Papi, al secolo avvocato Enzo Chiavacci, è vedovo della compianta madre della Popi, battezzata Francesca, ma Popi per tutti, da parecchi anni, per la precisione sei.
Dalla morte improvvisa, fulminante, della poveretta, tutti dichiarano che l'avvocato sembra non essersi ancora ripreso dallo choc, con quell'aria smarrita, e l'andatura un po' dondolante che lo segnala da lontano, nei suoi peregrinare dallo studio casa e da casa al tribunale. In effetti non si conoscono d'allora, sue storie, etero o omo, che rassicurino amici e conoscenti.
Per la verità subito dopo il Tragico Evento molte vedove e separate avevano cercato di consolarlo, ed in parte un due o tre signore c'erano apparentemente riuscite, poi nulla.
Solo da qualche mese Papi ha preso a frequentare Noemi, una quarantenne malmaritata ma dal legame indissolubile, grazie al cospicuo patrimonio del marito, noto gay, frequentatore di cinema porno delle province contigue e di saune del capoluogo.
Quando è rimasto solo il Papi ha provveduto a cercare, come possibile, di compensare la perdita della madre, occupandosi della Popi in prima persona, anche alla luce delle raccomandazioni che le solerti femmine della famiglia gli muovevano.
E dunque,da subito, la Popi è stata trasferita nella camera da letto, anzi direttamente nel letto matrimoniale, improvvisamente tanto vuoto.
La complicità fisica fra Papi e Popi ha richiesto qualche mese ma non ha tardato a consolidarsi.
Prima il Papi si attardava di sabato a giocare con la bimba, allora appena sei anni, e le sbruffate nel tenero collo, per sollecitare il riso della piccola, ancora così triste, si alternavano ai baci un po' qua ed un po' là, mirati a scatenare il solletico.
Il Papi aveva scoperto il candore della pelle della bimba, già allora molto magra e tendenzialmente longilinea e di questo candore aveva poi preso atto nel carezzarla nelle zone meno maliziose, sulla schiena e sulle braccia.
Avevano anche creato insieme, impossibile ricordarne l'origine, un gioco tutto privato che chiamavano tra loro "saltabacio" che consisteva nel baciare una zona del corpo e poi saltare in tutt'altra mentre la vittima doveva restare seria. Ovviamente la Popi rideva a tutta gola e così era il Papi a insistere nei suoi salti da zona a zona e solo raramente alla bimba accadeva di poter prevalere, se non quando Papi decideva deliberatamente di lasciarla vincere .
Poi, un anno dopo, la Popi scoprì che le labbra del padre sulla pelle nuda erano fonte di piacere diretto e cominciò a chiedere il gioco, con più malizia e scostando il pigiamino, con risultati seduttivi degni di una Messalina.
L' Avvocato Enzo Chiavacci infatti, aveva scoperto nel frattempo che questi giochi innocenti per la verità tanto innocenti non erano; spesso si era ritrovato in erezione, col sesso che premeva nei pantaloni del pigiama ed un paio di volte era anche accaduto che da questi ne fosse addirittura fuoriuscito!
Il poveretto aveva un bel dirsi che avrebbe dovuto troncare questi giochi da subito ma poi la sua innata debolezza l'aveva portato a rimandare e procrastinare, sine die, eventuali, drastiche decisioni.
La confidenza e la quasi simbiosi che caratterizzava questo speciale rapporto padre figlia, avevano portato Papi a spiegare alla bimba con largo anticipo i fatti della vita, e Popi sapeva già tutto su differenze anatomiche e funzionali dei due sessi, nonché le stramberie dei sessi intermedi e poco inquadrabili o definibili: l'avvocato aveva preso il sopravvento sul padre ed aveva consigliato, grazie alla professionale conoscenza del diritto di famiglia e di quanto dietro vi si nascondeva nella quotidianità delle mura domestiche, una linea educativa, molto diretta e disincantata.
Popi aveva visto Papi nudo e se ne avesse rivelato l'erezione se ne sarebbe senza dubbio domandata origine e fenomenologia; indubbiamente imbarazzante.
Così accadeva che il poveruomo, in presa a veri e propri attacchi incontenibili di priapismo, se ne liberasse nella solitudine del bagno, invero assai confortevole, immaginando situazioni estremamente perverse di giochi con coetanee della figlia, da Codice Penale se realizzati concretamente.
Nei mesi successivi alla scoperta di entrambi, ognuno per la sua parte, si era venuta a creare una spiacevole situazione: la Popi sollecitava il Papi a riprendere i vecchi giochi, momentaneamente sospesi ed il Papi cercava di resistere, quasi mai con successo.
Infatti ogni volta, in un modo o nell'altro, la piccola riusciva nel proprio intento, sollevando un lembo del pigiama di qua, arrivando seminuda dalla vasca da bagno di là e, benché l'avvocato affermasse con la ragazzina che certe cose non stanno bene, il padre poi cedeva, rimanendo invariabilmente eccitato e frustrato dall'esigenza di nascondere i propri turgori.
Una mattina la Popi, ormai quasi novenne, era rientrata dal bagno ed aveva alzato, con movimento improvviso, la camicia da notte, reclamando a gran voce il saltabacio cui il Papi, preso in contropiede, non si sentì di sottrarsi.
Quella mattina fu trascorsa quasi interamente sulle lenzuola, con la Popi che si strusciava alle labbra ed alla lingua del Papi, del tutto trasformato nelle qualità e nell'ubicazione dei contatti; dai bacetti a pernacchia, labbra quasi serrate e lingua rigorosamente irraggiungibile ed inoperosa, a baci umidi e profondi. passeggiate su e giù lungo tutto il dorso, alternando labbra e lingua fino a farle gonfiare e dolere.
I giochi terminarono ad ora di pranzo, con la scusa che si doveva uscire perché altrimenti il ristorante avrebbe chiuso, lasciando il Papi con un dolore lancinante ai testicoli. Dolore attenuato e poi eliminato in serata, nel corso di una infinita doccia sotto la quale le mani frenetiche, congiuntamente alla vivida memoria della mattina, operarono il miracolo di due orgasmi contigui, il primo dolente e fisiologico, il secondo più appagante e sensualmente rilevante.
Da quella volta le cose non furono più le stesse: da un lato la Popi diventò sempre più intrigante e seduttiva, esigente ed autoritaria, dall'altro il Papi, pur consapevole che i propri comportamenti andassero sempre più scivolando nella china della rilevanza penale, portava avanti giochi sempre più perversi.
Fra questi, l'abitudine di approfittare, nelle ore avanzate della notte, consapevole del sonno profondo della ragazzina, per illuminarne le forme discinte con l'aiuto di una piccola torcia elettrica portatile, e per masturbarsi in queste visioni rubate.
Un altro giochino che aveva cominciato ad integrare il primo consisteva nell'accostare il proprio membro alle cosce od al culetto della figlia e, strusciandosi con la massima leggerezza per non svegliarla, raggiungere l'orgasmo.
C'era poi quello della mano di lei, abbandonata sul letto che lui prendeva nella propria, con mille cautele, e poi passava sul proprio glande, già debitamente preparato e pronto a dispensare piacere, dopo pochi leggeri contatti con la manina, in grado di regalare sensazioni meravigliose.
L'Avvocato, cosciente dei rischi che stava correndo, decise un giorno di chiarire alla figlia che la qualità dei rapporti fra loro era tutta speciale; che lei gli ricordava la sua povera mamma e che le cose che facevano, i giochi fra loro, erano solo loro e non dovevano essere raccontati a chicchessia e che, in qualche modo, il loro rapporto, era un po' come quello fra moglie e marito.
Popi rimase silenziosa per un po' e poi, candidamente chiese "Vuoi dire che non devo raccontare a nessuno dei nostri giochi del sabato e della domenica".
"No tesoro, meglio che tu ti ricordi che sono faccende fra di noi e solo fra noi possiamo parlarne".
"Ma allora anche dei giochi notturni?" e così l'Avvocato apprese con sgomento quello che aveva spesso subodorato ma che si era rifiutato di considerare: la Popi non era affatto addormentata ma fingeva, per permettere al padre di fare quello che voleva, con maggiore libertà di movimenti e morbosità.
Per l'ennesima volta ci si trovava ad una svolta: la Popi, cui il padre non si era più accostato in quelle notti infrasettimanali, il sabato mattina si denudò del tutto e con la semplicità che solo una totale assenza di malizia o una torbida consapevolezza possono esprimere con analoghe forme, si offrì ai baci del padre dicendogli "Adesso puoi anche trattarmi da moglie".
Mi piacerebbe potervi raccontare che questa battuta sortì l'effetto di far rientrare in sé il padre, ma così non fu; anzi l'uomo si sentì incoraggiato ed assolto nei suoi precedenti comportamenti e passò a giochi ben più intimi.
Il corpo di Popi, precedentemente ed anche adesso, tanto esplorato ed inumidito, leccato e carezzato, fu poi aperto per accogliere nelle pieghe più recondite le dita e la lingua dell'uomo, abile nel trasferire alla ragazzina sensazioni voluttuose, fino al suo inequivocabile stringere contemporaneamente le cosce sulla mano del padre e serrare occhi e labbra per trattenere la sensazione così nuova ed insopportabilmente
forte!
Passarono giorni, mesi ed anni e la costante evoluzione del rapporto portò i due ad
esplorare tutte le vie della libidine più raffinata ed innocente, primitiva e perversa.
A dodici anni, oggi Popi è alta un metro e 65, le tettine stanno facendo la loro timida comparsa in un busto da futura modella, dalla struttura slanciata fino a sembrare filiforme, i capelli lisci e lunghi che possono coprirla, novella lady Godyva e che se non fosse bruna la farebbero assomigliare, in bello, alla Barbie.
L'avvocato ha sentito il bisogno di prendere un po' le distanze dalla situazione, preparato a perdere la figlia come amante e si è impelagato con la Noemi, certo che non accamperà esigenze strane fino a che il suo culattone la foraggerà di tutto punto.
Per essere totalmente onesti, Noemi a letto non vale nemmeno il piedino impudico di Popi ma, tant'è nella vita bisogna sapersi accontentare, e basta che quando Noemi gli fa un pompino lui pensi alla figlia e tutto si aggiusta.
L'ultimo gioco che avevano inventato era quello del gelato; Popi, ghiotta di gelato d'estate e di panna montata d'inverno, sorbisce il gelato direttamente dal cazzo del padre sul cui glande poggia ogni cucchiaiata e che succhia fra l'eccitata ilarità di entrambi; il freddo della crema ritarda l'esito del pompino ma le sollecitazioni della lingua annullano gli effetti deprimenti della temperatura bassa del gelato, in una serie di caldo freddo che si conclude a gelato terminato in cui il pompino potrà essere portato a termine.
Oggi Papi è pensieroso, riflette sul futuro della figlia e anche di se stesso: Popi sta manifestando un interesse particolare per Enrica , nuova compagna di banco quattordicenne, tornata a scuola dopo due anni d'assenza per ragioni familiari.
Le due ragazzine sono inseparabili e lui sospetta che fra di loro ci sia qualcosa in più di un'innocente amicizia fra adolescenti: l'idea lo eccita e pensa che un eventuale allargarsi della coppia non possa fare altro che bene all'armonico sviluppo psicofisico della figlia.
Dopotutto un padre deve stare attento a quello che può accadere ad una figlia vivace e sensuale come Popi.
Mentre riflette, un po' trasognato, sente la voce della ragazzina che gli sussurra insinuante: " Fammelo prendere in bocca Papi, sai quanto mi piace il gelato!"
aDRiaNa racconto
aDRiaNa
Ho conosciuto Adriana nel più banale dei modi: lei gestisce, anzi dovrei dire gestiva, un negozio di intimo femminile, a pochi passi da casa mia e, malgrado personalmente non sia abituato ad indossare corsetti e calze di seta, reggicalze o tanga, ero entrato la prima volta per cercare delle calze per mia madre, ormai impossibilitata ad uscire, dall'incalzare della malattia che già l'aveva costretta sulla sedia a rotelle.
Adriana, con competenza, e sollecitudine tutta femminile verso questo cinquantenne alla ricerca di calze per la madre, mi aprì nuovi orizzonti, costituiti da misure e titoli, da coprenze e denari, rendendomi in breve un esperto in grado di scegliere alcunché servisse al comfort della mia genitrice.
Compresi subito che il suo nome era quasi il simbolo del suo carattere, un misto di durezze e morbidezze che mi ammaliava; perché non c'è dubbio che il nome Adriana, con quelle consonanti tutte spigolose, è solo in parte stemperato dall'ammorbidente rotondità delle A, iterative quanto basta, ma inadeguate, nella loro monotonia, e con quella pungente i, a riequilibrare in toto l'asse del nome, verso una dolce armonia .
Le morbidezze erano già in bella mostra ad un esame anche superficiale del fisico; una nera corvina con pelle bianchissima, e tratti marcati da meridionale, illuminati dal sorriso più radioso e contagioso che abbia mai ammirato, sottolineato da denti perfetti, bianchissimi e quasi riflettenti, ma non per questo impersonali o privi di carattere!
La morbidezza, dicevo, si manifestò, subito e senza ostacoli fin dal primo momento e si riconfermò quando, grazie alla vicinanza, cominciammo a prendere insieme qualche caffè, al mattino, o qualche aperitivo, più rilassati, a fine giornata.
L'intesa che il linguaggio del corpo, congiunto al nostro comunicare scoprendoci a vicenda, ci andavano manifestando, fu però stemperata dalla durezza che comparve nei suoi occhi quando le raccontai di mia moglie, del nostro difficile rapporto, del nostro "fare" i separati in casa, in attesa di eventi che noi stessi ignoravamo quali potessero essere, forse per abitudine, forse per pigrizia e noia.
D'allora, anche se rimanemmo amici, senza farci mancare, e nemmeno diradare, caffè ed aperitivi, il mio discreto ma insistente ed insinuante corteggiamento
venne regolarmente rintuzzato col semplice menzionare la mia condizione di coniugato, talora addirittura col semplice citare, icasticamente il solo nome di mia moglie Anna!
Beh, non so voi, ma se posso accettare di essere rifiutato per mie carenze personali, per non essere gradito a chi me lo manifesta, non comprendo chi, adulto e vaccinato e in età ormai matura, come nel caso di Adriana, mi tenga a bada col solo sottopormi il mio stato di famiglia, contraddicendo altri elementi del rapporto, suoi valori e sentimenti!
Così continuai a tentare seduzione e a ricevere spigolosità verbali e messaggi metarverbali d'indubitabile, aggressiva, riprovazione!
Andammo avanti così, per quasi due anni quando un giorno, mentre passavo frettoloso davanti alle vetrine del negozio, notai qualcosa d'insolito che mi costrinse a bloccarmi e ritornare sui miei passi: le due vetrine erano oscurate dai vistosi cartelli che segnalavano un mese di vendite speciali, quali conseguenza dell'imminente cessazione d'attività.
Sapevo bene come Adriana non fosse contenta del suo business, di cui spesso si lamentava, ma non avrei mai immaginato che potesse prendere tale decisione, così in fretta e senza consultarmi prima, non fosse altro che per la mia esperienza di commercialista.
Concetti che le proposi subito, entrando nel negozio e vedendola alle prese con la merce che, dagli scaffali e contenitori, andava ponendo in evidenza coi relativi prezzi scontati.
Adriana però, col sorriso più dolce che ricordassi in lei, mi spiegò che era stufa di guadagnare l'equivalente di un mediocre stipendio e di aver accettato l'offerta di collaborazione, nelle vendite, propostale da un fornitore, in fase espansiva.
Disponeva di un mese per liquidare tutto, riconsegnare le chiavi al proprietario dei muri, e cominciare dall'altra parte.
Stemperò il mio cruccio, seguente al'ultima mazzata in cui mi aveva dichiarato che avremmo poi avuto scarse opportunità d'incontro, promettendomi l'aperitivo tutte le sere e dicendomi, con voce da gattina, "Cominciamo subito, da stasera; ti aspetto all'ora della chiusura e ti offro l'aperitivo qui, in negozio".
Diviso fra la sensazione di una svolta nel nostro rapporto e la possibile ennesima frustrazione, passai una giornata fra il trasognato e l'assente!
Alle 19.30 ero sulla porta e aiutai Adriana a buttare "giò la claire"!
Il locale era una vera baraonda con tutti i capi disfatti, dappertutto e con vistose tracce del passaggio di femmine urlanti, alla caccia dell'affare del secolo.
Lei, con calma olimpica, venne dal retro con due flute di Champagne che bevemmo in silenzio e quasi compunti; poi lei, con tono molto neutro, con solo una nota rotta in gola disse "Allora, stupido, non mi baci?"
Tutto fu semplice e come me lo sarei aspettato, senza le ripulse che ci avevano allontanati, per così tanto tempo.
La bocca dolce e sugosa mi sollecitava altre intimità, le sue mani guidavano le mie nei punti dove potevo ritrovare bottoni e gancetti e, quando ci fu poco o niente ancora da sganciare, in altri punti, altrettanto strategici, delicati, e sensibili del suo corpo.
Un corpo minuto, da brevilinea, molto proporzionata ed armonica solo un po' squilibrato nelle curve, vistose e nelle sporgenze, colline più pesanti di quanto il tutto facesse sospettare.
Quella prima sera lei mi consentì di prendere visione e contatto con tutto quello che c'era da scoprire, con tutte le sue sensibilità, con molte delle sue voglie recondite ed esplicite.
Le sere successive , però, ci fu una strana metamorfosi; era come se sentisse il bisogno di fare di più, sempre qualcosa di più secondo il principio "più di ieri e meno di domani," come recitava una vecchia dedica dell'amore.
Così, mentre mi era sembrato che avrei dovuto, forse, essere io ad insegnare, lei ogni sera aggiungeva elementi al nostro rapporto, con una costante escalation di atti e fantasie, sempre più trasgressivi e perverse, in compagnia di oggetti propri ed impropri, in grado di stuzzicare le nostre voglie, anche dopo il primo entusiasmo.
Era come se il negozio, come una specie di maxi clessidra, nel suoi progressivo svuotarsi, incitasse Adriana ad agire ed agirmi secondo capricci che potevano quasi sembrarmi programmati, nella loro crescente intensità.
Uno degli ultimi giorni, eravamo agli sgoccioli ed io mi domandavo come avrei potuto mai lasciarla andar, lei tirò fuori delle calze dalle loro confezioni e me le stinse fortemente ai quattro arti, fissandole poi a delle sbarre che correvano ad altezza di battiscopa, dietro i mobili; in quella posizione ero schiacciato a terra supino e lei mi montò a lungo con uno sguardo dominatore, quello di una donna che stava abbandonando le sue A, a tutto beneficio delle consonanti.
Allorché mi sentii sfinito lei cercò ancora di sollecitarmi ma senza esito: fu così che cominciò il nostro ultimo giochino, mani strette al collo e voce mielata, stretta più salda e descrizione di quello che MI avrebbe fatto , fino all'immancabile erezione ed iterazione del nostro rapporto, con furia da amazzone.
La sera dopo, la variante: calze a polsi e caviglie, ma in posizione prona.
Stavolta non voleva montarmi ma usarmi. Due spruzzi di crema sulle dita
e cominciò a frugarmi fra le natiche alternando lusinghe verbali a durezze digitali.
Le sue dita sembravano d'acciaio nel penetrarmi, una alla volta ma poi due e tre
fino a farmi male davvero tanto male, fino a costringermi, malgrado me, a chiedere di smetterla, per favore, smettila!
La voce da suadente diventa imperiosa, le dita, invece, si sciolgono, diventano morbide, è una sola e mi fruga lussuriosa cercando l'antro, più interno ma sensibile e mentre lei mi rovescia addosso ingiurie ignominiose la mano riesce, dal di dentro, a portarmi ad un insperato orgasmo!
Ma lei non è soddisfatta del suo schiavo, no davvero, e si aspetta che io abbia prontamente una nuova erezione per potermi usare, come dice, per il suo piacere, ed allora, rimesso in posizione supina, sentirò le sue mani che stringono il mio collo, dolorosamente ma efficacemente. Basta poco e lei è su di me e mi monta ancora, insultante per la mia erezione incerta, per la mia dubbia virilità.
Ho paura; per la prima volta sento che il gioco si fa pericoloso e l'incombente fine mese mi inquieta; in poche settimane abbiamo vissuto insieme tutta la scala del possibile ed io, da suonatore sono, già da tempo, suonato, oltre che frastornato.
Sono però anche attirato, in misura proporzionale all'abisso che intravedo, all'escalation dei nostri giuochi, al delirio dell'ultimo giorno; promessa/minaccia questa, inespressa ma palpabilmente presente.
Oggi siamo all'ultima settimana, già avanzata, mi fa indossare quelle calze che ha usato per legarmi, e un corsetto che non venderà più; un tanga color rosa rossa copre a mala pena il mio uccello e con un rossetto si diverte a truccarmi le labbra e ad accentuare i capezzoli, mentre col mascara mi ritocco gli occhi che, in un momento di sua, ormai sempre più rara dolcezza, definisce molto belli, di velluto, come quelli di un catanese. il Mastroianni del Bell'Antonio.
Non mi mostra i risultati del suo lavoro ma stavolta, senza legacci, ormai domo ed indifeso, mi sbatte contro alla parete, e con un lungo calzascarpe da stivale mi colpisce, metodica e con cadenza meccanica, le natiche che, inizialmente quasi piacevolmente sollecitate, con l'andare del tempo e l'accumulo dei colpi, iniziano a bruciare, in progressione geometrica.
Con la sinistra ogni tanto cerca il mio membro, totalmente indisponibile e ne saggia le scarse reazioni; dopo un po' si ferma, la sento armeggiare alle mie spalle e schiacciare l'erogatore della crema, poi una forza bruta mi penetra l'ano senza consentirmi reazioni.
Deve essere uno dei suoi falli di gomma con cui giocavamo all'inizio e presto abbandonati; oggi è per me e mentre mi accorgo che le sensazioni che provo, anche se piacevoli e non terrificanti come avrei temuto, non sono compatibili con quanto Adriana, ancora una volta, si aspetta da me; una sana, certa, duratura erezione, utile ad un rapporto completo.
Questa volta però lei mostra comprensione e me lo prende in bocca e lo stimola con quella sapienza che tanto mi aveva sorpreso all'inizio del mese, ovvero una vita fa.
L'orgasmo, intenso e liberatorio è accentuato dalla passione con cui la donna prende tutto, fino in fondo ma non ingoia e, con mossa fulminea, accosta le labbra alle mie e, usando la lingua come un cucchiaio, imbocca il suo pupo fino a fargli assorbire tutto il suo seme.
Ma ,ahimè non è finita e la stretta al collo non è delle mani ma di una calza che mi fa chiudere gli occhi, emettere un sibilo sinistro e rantolare in debito d'ossigeno!
Lei mi schiaffeggia sul viso, per rianimarmi e per rimbrottarmi; stavolta però non insiste. La prossima volta, dice, sarà l'ultimo giorno.
Mi lascia dunque 2 giorni di carenza; io protesto ma lei mi vuole in forze e con tono aspro e carico d'ironia mi suggerisce bistecche al sangue, per prepararmi all'ultima sera.
Trascorrerò quei due giorni, a casa, in malattia, in concentrazione come un monaco tibetano, senza che mia moglie me ne chieda ragione e, d'altro canto, per me lei è un'ombra sullo sfondo, nemmeno mi avvedo più della sua presenza in casa.
La sera fatidica sono spossato nel fisico ed ancor più nel morale; come potrò cessare questa relazione, come accettare il regolare scorrere del tempo e dei suoi conseguenti accadimenti? Sono però, ambiguità della natura umana, anche impaziente ed eccitato, quale sarà il gran finale, cosa ha concepito per il nostro commiato?
Il negozio stavolta è in penombra; le poche rimanenze sono accatastate in un angolo, già pezze da eliminare, i pochi manichini, già reperti anatomici da laboratorio, tronchi, gambe e dorsi privi dei loro complementi, mi appaiono ancora più macabri dell'usuale, se possibile, grazie alla confusione che crea nuove forme anatomiche, donne virtuali, frutto di aggiunte e sovrapposizioni fra numerosi pezzi che formano una donna con quattro braccia ed ancor più gambe.
Adriana, come la pria sera, mille anni fa, mi porge una flute di Champagne e si mette subito all'opera, spogliandomi e legandomi stretto, stavolta seduto ma bloccato, al pavimento!
Si spoglia sulle note di un vecchio motivo, forse 9 settimane e mezzo, che emerge da una radio, posta nel retro ma il cui suono è come in sordina. Le movenze sensuali e lussuriose mi appaiono alterate, lentissime, come un ralentie cinematografico; le mie membra sono intorpidite al punto che quasi non le sento, e non mi stupisco quando, dal groviglio di tette e gambe accatastato, emerge una donna, suprema illusione ottica di questa notte assurda in cui tutte le mie percezioni sono alterate; mi assale il dubbio che lo Champagne fosse drogato e che tutto quello che vedo sia frutto di un sogno, un bel sogno, solo un po' sinistro e forse troppo anestetico.
Le due donne s'incontrano nella penombra e noto con un sobbalzo che anche l'altra è nuda, è in carne ed ossa e indossa solo un tanga rosa rossa ed una maschera veneziana, di porcellana e piume, secondo una moda plurisecolare.
Le donne si abbracciano e fra di loro corre un brivido che si riverbera su di me; no, non è un sogno ma oso sperare che sia il supremo regalo che Adriana mi riserva, uno spettacolo tribadico, magari con mio coinvolgimento finale, ed allora recupero attenzione e sensibilità fisica, avverto un indurimento fra le cosce mentre il mio interesse s'affina, insieme ai miei sensi.
Le donne, apparentemente ignare o indifferenti alla mia presenza, continuano i loro rituali saffici, mani che accarezzano, lingua di Adriana che scivola lungo la pelle della sconosciuta, liberando brillii che la scarsa illuminazione, solo in favore di luce, rivela.
Le mani frugano e stimolano reciprocamente fino al punto in cui, prese da un incalzante scomposta eccitazione, levata la maschera, la sconosciuta immerge il viso fra le cosce di Adriana e,posso solo immaginare dai leggeri movimenti del capo e dai più ampio movimenti del bacino, lecca e lappa, immerge e riemerge in un lungo lavorio di bocca e lingua che porta all' inequivocabile orgasmo della mia amante.
Ancora non vedo il volto della nuova arrivata ma quando si alza, di spalle, già mi colpisce qualcosa di noto e, nel momento in cui si gira, ho scoperto, riconosciuto, ed il sangue diventa ghiaccio, il. viso della separata in casa, dell'indifferente mia compagna di vita!
Anna mi osserva così, solo per un attimo, e poi se ne esce senza una parola, verso il retro dove, immagino, si riveste e se ne va!
Adriana, sempre nuda, con un forte odore di sesso che l'accompagna negli spostamenti, mi chiede con voce rotonda "Ti è piaciuto?" e sottolinea la frase strizzando, cattiva, un capezzolo, poi, mi imbavaglia con del nastro adesivo e dice;
"Adesso però, mi diverto io!"
E' una Adriana che ha messo da parte tutte le vocali, quella che riconosco in questo momento, una DRN che, stavolta, non mi lascerà tornare a casa.
Le mutande che aveva levato le servono per coprirmi il viso; una calza, ormai le riconoscerei comunque, mi stringe il collo, attraverso il bordo delle mutandine; se mai c'è stato un caso d'esecuzione capitale coerente, questo è uno di quelli.
La pressione è leggera e continua, progressiva ma in grado ancora di farmi sentire l'erezione. L'orgasmo sarà l'ultima mia sensazione e mi dico che è una buona fine, a coronamento di un compendio di vita, come quello di quest'ultimo mese.
Non saprò mai, ma non m'interessa, cosa ci fosse dietro.
I lettori della nera leggeranno una settimana dopo:" Ritrovato il cadavere di un uomo che si era introdotto in un negozio appena abbandonato dalla gestione, per praticarvi attività autoerotiche irriferibili. Il feticista, approfittando della chiusura definitiva di un negozio di abbigliamento intimo femminile, ci si è introdotto per concedersi quei piaceri perversi che solo un ambiente come quello poteva prestargli.
Particolare penoso: la moglie era amica della proprietaria del negozio abbandonato,
che, generosamente, ha convinto la vedova ad andare a vivere con lei, fuori città."
Ho conosciuto Adriana nel più banale dei modi: lei gestisce, anzi dovrei dire gestiva, un negozio di intimo femminile, a pochi passi da casa mia e, malgrado personalmente non sia abituato ad indossare corsetti e calze di seta, reggicalze o tanga, ero entrato la prima volta per cercare delle calze per mia madre, ormai impossibilitata ad uscire, dall'incalzare della malattia che già l'aveva costretta sulla sedia a rotelle.
Adriana, con competenza, e sollecitudine tutta femminile verso questo cinquantenne alla ricerca di calze per la madre, mi aprì nuovi orizzonti, costituiti da misure e titoli, da coprenze e denari, rendendomi in breve un esperto in grado di scegliere alcunché servisse al comfort della mia genitrice.
Compresi subito che il suo nome era quasi il simbolo del suo carattere, un misto di durezze e morbidezze che mi ammaliava; perché non c'è dubbio che il nome Adriana, con quelle consonanti tutte spigolose, è solo in parte stemperato dall'ammorbidente rotondità delle A, iterative quanto basta, ma inadeguate, nella loro monotonia, e con quella pungente i, a riequilibrare in toto l'asse del nome, verso una dolce armonia .
Le morbidezze erano già in bella mostra ad un esame anche superficiale del fisico; una nera corvina con pelle bianchissima, e tratti marcati da meridionale, illuminati dal sorriso più radioso e contagioso che abbia mai ammirato, sottolineato da denti perfetti, bianchissimi e quasi riflettenti, ma non per questo impersonali o privi di carattere!
La morbidezza, dicevo, si manifestò, subito e senza ostacoli fin dal primo momento e si riconfermò quando, grazie alla vicinanza, cominciammo a prendere insieme qualche caffè, al mattino, o qualche aperitivo, più rilassati, a fine giornata.
L'intesa che il linguaggio del corpo, congiunto al nostro comunicare scoprendoci a vicenda, ci andavano manifestando, fu però stemperata dalla durezza che comparve nei suoi occhi quando le raccontai di mia moglie, del nostro difficile rapporto, del nostro "fare" i separati in casa, in attesa di eventi che noi stessi ignoravamo quali potessero essere, forse per abitudine, forse per pigrizia e noia.
D'allora, anche se rimanemmo amici, senza farci mancare, e nemmeno diradare, caffè ed aperitivi, il mio discreto ma insistente ed insinuante corteggiamento
venne regolarmente rintuzzato col semplice menzionare la mia condizione di coniugato, talora addirittura col semplice citare, icasticamente il solo nome di mia moglie Anna!
Beh, non so voi, ma se posso accettare di essere rifiutato per mie carenze personali, per non essere gradito a chi me lo manifesta, non comprendo chi, adulto e vaccinato e in età ormai matura, come nel caso di Adriana, mi tenga a bada col solo sottopormi il mio stato di famiglia, contraddicendo altri elementi del rapporto, suoi valori e sentimenti!
Così continuai a tentare seduzione e a ricevere spigolosità verbali e messaggi metarverbali d'indubitabile, aggressiva, riprovazione!
Andammo avanti così, per quasi due anni quando un giorno, mentre passavo frettoloso davanti alle vetrine del negozio, notai qualcosa d'insolito che mi costrinse a bloccarmi e ritornare sui miei passi: le due vetrine erano oscurate dai vistosi cartelli che segnalavano un mese di vendite speciali, quali conseguenza dell'imminente cessazione d'attività.
Sapevo bene come Adriana non fosse contenta del suo business, di cui spesso si lamentava, ma non avrei mai immaginato che potesse prendere tale decisione, così in fretta e senza consultarmi prima, non fosse altro che per la mia esperienza di commercialista.
Concetti che le proposi subito, entrando nel negozio e vedendola alle prese con la merce che, dagli scaffali e contenitori, andava ponendo in evidenza coi relativi prezzi scontati.
Adriana però, col sorriso più dolce che ricordassi in lei, mi spiegò che era stufa di guadagnare l'equivalente di un mediocre stipendio e di aver accettato l'offerta di collaborazione, nelle vendite, propostale da un fornitore, in fase espansiva.
Disponeva di un mese per liquidare tutto, riconsegnare le chiavi al proprietario dei muri, e cominciare dall'altra parte.
Stemperò il mio cruccio, seguente al'ultima mazzata in cui mi aveva dichiarato che avremmo poi avuto scarse opportunità d'incontro, promettendomi l'aperitivo tutte le sere e dicendomi, con voce da gattina, "Cominciamo subito, da stasera; ti aspetto all'ora della chiusura e ti offro l'aperitivo qui, in negozio".
Diviso fra la sensazione di una svolta nel nostro rapporto e la possibile ennesima frustrazione, passai una giornata fra il trasognato e l'assente!
Alle 19.30 ero sulla porta e aiutai Adriana a buttare "giò la claire"!
Il locale era una vera baraonda con tutti i capi disfatti, dappertutto e con vistose tracce del passaggio di femmine urlanti, alla caccia dell'affare del secolo.
Lei, con calma olimpica, venne dal retro con due flute di Champagne che bevemmo in silenzio e quasi compunti; poi lei, con tono molto neutro, con solo una nota rotta in gola disse "Allora, stupido, non mi baci?"
Tutto fu semplice e come me lo sarei aspettato, senza le ripulse che ci avevano allontanati, per così tanto tempo.
La bocca dolce e sugosa mi sollecitava altre intimità, le sue mani guidavano le mie nei punti dove potevo ritrovare bottoni e gancetti e, quando ci fu poco o niente ancora da sganciare, in altri punti, altrettanto strategici, delicati, e sensibili del suo corpo.
Un corpo minuto, da brevilinea, molto proporzionata ed armonica solo un po' squilibrato nelle curve, vistose e nelle sporgenze, colline più pesanti di quanto il tutto facesse sospettare.
Quella prima sera lei mi consentì di prendere visione e contatto con tutto quello che c'era da scoprire, con tutte le sue sensibilità, con molte delle sue voglie recondite ed esplicite.
Le sere successive , però, ci fu una strana metamorfosi; era come se sentisse il bisogno di fare di più, sempre qualcosa di più secondo il principio "più di ieri e meno di domani," come recitava una vecchia dedica dell'amore.
Così, mentre mi era sembrato che avrei dovuto, forse, essere io ad insegnare, lei ogni sera aggiungeva elementi al nostro rapporto, con una costante escalation di atti e fantasie, sempre più trasgressivi e perverse, in compagnia di oggetti propri ed impropri, in grado di stuzzicare le nostre voglie, anche dopo il primo entusiasmo.
Era come se il negozio, come una specie di maxi clessidra, nel suoi progressivo svuotarsi, incitasse Adriana ad agire ed agirmi secondo capricci che potevano quasi sembrarmi programmati, nella loro crescente intensità.
Uno degli ultimi giorni, eravamo agli sgoccioli ed io mi domandavo come avrei potuto mai lasciarla andar, lei tirò fuori delle calze dalle loro confezioni e me le stinse fortemente ai quattro arti, fissandole poi a delle sbarre che correvano ad altezza di battiscopa, dietro i mobili; in quella posizione ero schiacciato a terra supino e lei mi montò a lungo con uno sguardo dominatore, quello di una donna che stava abbandonando le sue A, a tutto beneficio delle consonanti.
Allorché mi sentii sfinito lei cercò ancora di sollecitarmi ma senza esito: fu così che cominciò il nostro ultimo giochino, mani strette al collo e voce mielata, stretta più salda e descrizione di quello che MI avrebbe fatto , fino all'immancabile erezione ed iterazione del nostro rapporto, con furia da amazzone.
La sera dopo, la variante: calze a polsi e caviglie, ma in posizione prona.
Stavolta non voleva montarmi ma usarmi. Due spruzzi di crema sulle dita
e cominciò a frugarmi fra le natiche alternando lusinghe verbali a durezze digitali.
Le sue dita sembravano d'acciaio nel penetrarmi, una alla volta ma poi due e tre
fino a farmi male davvero tanto male, fino a costringermi, malgrado me, a chiedere di smetterla, per favore, smettila!
La voce da suadente diventa imperiosa, le dita, invece, si sciolgono, diventano morbide, è una sola e mi fruga lussuriosa cercando l'antro, più interno ma sensibile e mentre lei mi rovescia addosso ingiurie ignominiose la mano riesce, dal di dentro, a portarmi ad un insperato orgasmo!
Ma lei non è soddisfatta del suo schiavo, no davvero, e si aspetta che io abbia prontamente una nuova erezione per potermi usare, come dice, per il suo piacere, ed allora, rimesso in posizione supina, sentirò le sue mani che stringono il mio collo, dolorosamente ma efficacemente. Basta poco e lei è su di me e mi monta ancora, insultante per la mia erezione incerta, per la mia dubbia virilità.
Ho paura; per la prima volta sento che il gioco si fa pericoloso e l'incombente fine mese mi inquieta; in poche settimane abbiamo vissuto insieme tutta la scala del possibile ed io, da suonatore sono, già da tempo, suonato, oltre che frastornato.
Sono però anche attirato, in misura proporzionale all'abisso che intravedo, all'escalation dei nostri giuochi, al delirio dell'ultimo giorno; promessa/minaccia questa, inespressa ma palpabilmente presente.
Oggi siamo all'ultima settimana, già avanzata, mi fa indossare quelle calze che ha usato per legarmi, e un corsetto che non venderà più; un tanga color rosa rossa copre a mala pena il mio uccello e con un rossetto si diverte a truccarmi le labbra e ad accentuare i capezzoli, mentre col mascara mi ritocco gli occhi che, in un momento di sua, ormai sempre più rara dolcezza, definisce molto belli, di velluto, come quelli di un catanese. il Mastroianni del Bell'Antonio.
Non mi mostra i risultati del suo lavoro ma stavolta, senza legacci, ormai domo ed indifeso, mi sbatte contro alla parete, e con un lungo calzascarpe da stivale mi colpisce, metodica e con cadenza meccanica, le natiche che, inizialmente quasi piacevolmente sollecitate, con l'andare del tempo e l'accumulo dei colpi, iniziano a bruciare, in progressione geometrica.
Con la sinistra ogni tanto cerca il mio membro, totalmente indisponibile e ne saggia le scarse reazioni; dopo un po' si ferma, la sento armeggiare alle mie spalle e schiacciare l'erogatore della crema, poi una forza bruta mi penetra l'ano senza consentirmi reazioni.
Deve essere uno dei suoi falli di gomma con cui giocavamo all'inizio e presto abbandonati; oggi è per me e mentre mi accorgo che le sensazioni che provo, anche se piacevoli e non terrificanti come avrei temuto, non sono compatibili con quanto Adriana, ancora una volta, si aspetta da me; una sana, certa, duratura erezione, utile ad un rapporto completo.
Questa volta però lei mostra comprensione e me lo prende in bocca e lo stimola con quella sapienza che tanto mi aveva sorpreso all'inizio del mese, ovvero una vita fa.
L'orgasmo, intenso e liberatorio è accentuato dalla passione con cui la donna prende tutto, fino in fondo ma non ingoia e, con mossa fulminea, accosta le labbra alle mie e, usando la lingua come un cucchiaio, imbocca il suo pupo fino a fargli assorbire tutto il suo seme.
Ma ,ahimè non è finita e la stretta al collo non è delle mani ma di una calza che mi fa chiudere gli occhi, emettere un sibilo sinistro e rantolare in debito d'ossigeno!
Lei mi schiaffeggia sul viso, per rianimarmi e per rimbrottarmi; stavolta però non insiste. La prossima volta, dice, sarà l'ultimo giorno.
Mi lascia dunque 2 giorni di carenza; io protesto ma lei mi vuole in forze e con tono aspro e carico d'ironia mi suggerisce bistecche al sangue, per prepararmi all'ultima sera.
Trascorrerò quei due giorni, a casa, in malattia, in concentrazione come un monaco tibetano, senza che mia moglie me ne chieda ragione e, d'altro canto, per me lei è un'ombra sullo sfondo, nemmeno mi avvedo più della sua presenza in casa.
La sera fatidica sono spossato nel fisico ed ancor più nel morale; come potrò cessare questa relazione, come accettare il regolare scorrere del tempo e dei suoi conseguenti accadimenti? Sono però, ambiguità della natura umana, anche impaziente ed eccitato, quale sarà il gran finale, cosa ha concepito per il nostro commiato?
Il negozio stavolta è in penombra; le poche rimanenze sono accatastate in un angolo, già pezze da eliminare, i pochi manichini, già reperti anatomici da laboratorio, tronchi, gambe e dorsi privi dei loro complementi, mi appaiono ancora più macabri dell'usuale, se possibile, grazie alla confusione che crea nuove forme anatomiche, donne virtuali, frutto di aggiunte e sovrapposizioni fra numerosi pezzi che formano una donna con quattro braccia ed ancor più gambe.
Adriana, come la pria sera, mille anni fa, mi porge una flute di Champagne e si mette subito all'opera, spogliandomi e legandomi stretto, stavolta seduto ma bloccato, al pavimento!
Si spoglia sulle note di un vecchio motivo, forse 9 settimane e mezzo, che emerge da una radio, posta nel retro ma il cui suono è come in sordina. Le movenze sensuali e lussuriose mi appaiono alterate, lentissime, come un ralentie cinematografico; le mie membra sono intorpidite al punto che quasi non le sento, e non mi stupisco quando, dal groviglio di tette e gambe accatastato, emerge una donna, suprema illusione ottica di questa notte assurda in cui tutte le mie percezioni sono alterate; mi assale il dubbio che lo Champagne fosse drogato e che tutto quello che vedo sia frutto di un sogno, un bel sogno, solo un po' sinistro e forse troppo anestetico.
Le due donne s'incontrano nella penombra e noto con un sobbalzo che anche l'altra è nuda, è in carne ed ossa e indossa solo un tanga rosa rossa ed una maschera veneziana, di porcellana e piume, secondo una moda plurisecolare.
Le donne si abbracciano e fra di loro corre un brivido che si riverbera su di me; no, non è un sogno ma oso sperare che sia il supremo regalo che Adriana mi riserva, uno spettacolo tribadico, magari con mio coinvolgimento finale, ed allora recupero attenzione e sensibilità fisica, avverto un indurimento fra le cosce mentre il mio interesse s'affina, insieme ai miei sensi.
Le donne, apparentemente ignare o indifferenti alla mia presenza, continuano i loro rituali saffici, mani che accarezzano, lingua di Adriana che scivola lungo la pelle della sconosciuta, liberando brillii che la scarsa illuminazione, solo in favore di luce, rivela.
Le mani frugano e stimolano reciprocamente fino al punto in cui, prese da un incalzante scomposta eccitazione, levata la maschera, la sconosciuta immerge il viso fra le cosce di Adriana e,posso solo immaginare dai leggeri movimenti del capo e dai più ampio movimenti del bacino, lecca e lappa, immerge e riemerge in un lungo lavorio di bocca e lingua che porta all' inequivocabile orgasmo della mia amante.
Ancora non vedo il volto della nuova arrivata ma quando si alza, di spalle, già mi colpisce qualcosa di noto e, nel momento in cui si gira, ho scoperto, riconosciuto, ed il sangue diventa ghiaccio, il. viso della separata in casa, dell'indifferente mia compagna di vita!
Anna mi osserva così, solo per un attimo, e poi se ne esce senza una parola, verso il retro dove, immagino, si riveste e se ne va!
Adriana, sempre nuda, con un forte odore di sesso che l'accompagna negli spostamenti, mi chiede con voce rotonda "Ti è piaciuto?" e sottolinea la frase strizzando, cattiva, un capezzolo, poi, mi imbavaglia con del nastro adesivo e dice;
"Adesso però, mi diverto io!"
E' una Adriana che ha messo da parte tutte le vocali, quella che riconosco in questo momento, una DRN che, stavolta, non mi lascerà tornare a casa.
Le mutande che aveva levato le servono per coprirmi il viso; una calza, ormai le riconoscerei comunque, mi stringe il collo, attraverso il bordo delle mutandine; se mai c'è stato un caso d'esecuzione capitale coerente, questo è uno di quelli.
La pressione è leggera e continua, progressiva ma in grado ancora di farmi sentire l'erezione. L'orgasmo sarà l'ultima mia sensazione e mi dico che è una buona fine, a coronamento di un compendio di vita, come quello di quest'ultimo mese.
Non saprò mai, ma non m'interessa, cosa ci fosse dietro.
I lettori della nera leggeranno una settimana dopo:" Ritrovato il cadavere di un uomo che si era introdotto in un negozio appena abbandonato dalla gestione, per praticarvi attività autoerotiche irriferibili. Il feticista, approfittando della chiusura definitiva di un negozio di abbigliamento intimo femminile, ci si è introdotto per concedersi quei piaceri perversi che solo un ambiente come quello poteva prestargli.
Particolare penoso: la moglie era amica della proprietaria del negozio abbandonato,
che, generosamente, ha convinto la vedova ad andare a vivere con lei, fuori città."
venerdì 18 aprile 2008
PUPONE racconto
PUPONE
Quando Marinella sposò Geppino nessuno se ne stupì ma tutti invidiarono quell'omarino che vedovo e senza alcuna attrattiva, salvo l'ingente patrimonio, aveva ottenuto quel popò di femmina.
Lei aveva appena 18 anni e lui già 54 e la fama del puttaniere, conseguente alla malattia ed alla morte della prima moglie, Assunta, una donna bruttina e dalla salute incerta che aveva però rimpinguato il patrimonio già notevole dell'uomo, allietato le notti con insospettabili arti e poi l'aveva lasciato privo di conforto coniugale ma più ricco di prima delle nozze.
Per consolarsi, Geppino si era dato alle entreneuses dei locali di lap dance ma poi se ne era annoiato e, vista Marinella che usciva dalle magistali, mentre lui se ne andava a spasso per il Corso, se ne era invaghito subito e senza scampo.
Vista, piaciuta, concupita e corteggiata all'antica, con grandi mazzi di rose rosse seguiti poi da cioccolatini, gioiellini e gioielli sempre più impegnativi, man mano che la conoscenza ed il conseguente corteggiamento procedevano.
I genitori di lei, specie la madre perché il padre appariva meno combattuto e più concreto, erano incerti fra il bene della figlia, nel senso delle sue prospettive affettive ed il bene della figlia, nel senso dei beni materiali che, sempre prospetticamente, si delineavano come effetti collaterali delle più o meno giuste nozze.
E lei?
Beh lei non si può dire che fosse particolarmente incerta, intrigata com'era dai regali sempre più promettenti dello spasimante e poco interessata a romanticherie come l'amore, il desiderio, la passione dei sensi.
In effetti Marinella era uno strano contrasto di elementi, con quell'aspetto tanto mediterraneo che faceva immaginare chissà quali promesse a letto, con quel corpo statuario, magari già un po' giunonico ma anch'esso pregno di promesse e lusinghe che ogni maschio e anche qualche femmina del luogo s'immaginava e turbava onanistiche notti insonni di giovani brufolosi.
Geppino poi da Assunta, malgrado una decina d'anni e più d'intense attività d'alcova prima della malattia, non aveva avuto figli e sperava dunque finalmente di trovare un erede che gestisse l'albergo Metropole, i due ristoranti sul lungomare ed il patrimonio mobiliare ed immobiliare che crescevano grazie a queste attività.
Fu dunque con grande sollievo che. dopo pochi mesi dalle nozze. la ragazza rimase incinta e che circa ad un anno dal matrimonio nacque Attilio, un bel bambinone di oltre 4 chili.
In realtà che si chiamasse Attliio lo seppero in pochi perchè, da subito, venne affettuosamente chiamato Pupo e con questo nomignolo crebbe e divenne uomo.
Marinella si dimostrò subito una brava mamma, piena di premure per il piccolo ma anche per il marito cui volle risparmiare il disagio dei risvegli notturni per le poppate e gli organizzò un camera da letto tutta per lui, con un comodo baldacchino che lo fece sentire una specie di sultano, quando ancora sperava che Marinella lo raggiungesse, ma poi col tempo si rassegnò e se ne tornò alle delizie della lap e delle signorine a tassametro che non dicevano mai no.
In tal modo la donna si ritrovò lìbera di crescere il Pupo a modo suo, allattandolo in ogni momento del giorno e della notte, evitandogli così ogni possibile frustrazione e facendolo crescere sereno e silenzioso, pago delle coccole e delle poppe materne, sempre disponibili e pregne di tanto buon latte. Lei aveva letto, sapeva, che su al nord era di gran moda, fra le femministe ispirate da recenti avanzate teorie nord americane, l'allattamento al seno, anche prolungato nel tempo, come antidoto a malattie e anche propedeutico ad un' armonica crescita psicofisica e ci si era gettata a capofitto con la dedizione di una santa e con la fede di una zelota.
Che questi accostamenti non meraviglino; infatti, come una santa, aveva durante le poppate del figlio momenti d'intensa emozione estatica, molto vicina a veri e propri orgasmi che la donna spesso facilitava o sollecitava con leggere contrazioni delle cosce che, sfregate tra loro, si riverberavano nelle zone più oscure e umide del suo bel corpo.
L'allattamento del Pupo andò avanti a lungo, anche oltre, molto oltre i tempi dello svezzamento.
Ogni volta che al Pupo veniva voglia, perentorio, con voce già evidentemente da maschietto, invocava il capezzolo.
Marinella se lo portava in camera e, slacciato il reggiseno se lo attaccava fino a che lui non si stufava, sempre dopo molto tempo, lasciando spesso la madre insoddisfatta e, anche per questo, pronta se non addirittura impaziente di ricominciare.
Gli anni passavano ed il Pupo cresceva sano e forte anche se, in verità, un po' tardivo.
Perfino la madre che lo viziava in ogni modo, che lo proteggeva da qualunque ingiuria esterna, pur non essendo lei stessa un'aquila dovette ammettere che i livelli di apprendimento e di crescita intellettuale del Pupo erano poco omogenei ed inversamente proporzionali a quelli fisici.
E che fisico! Il ragazzino, ormai in prima elementare, era il più alto e forte di tutti ma, cosa nota solo a pochi, disponeva di una formidabile argomentazione fra le cosce che ne faceva un predestinato ai giochi d'amore.
Ffra l'altro, in questo aspetto dimostrava anche grande precocità esibendo, a tutto gusto suo e delle interessate, il proprio arnese già adulto anche fin d'allora, a donne che frequentavano la casa e che, poi, rinunciavano, anche per la scelta di Marinella a non esporle alle intemperanze del figlio.
Anzi, un giorno si sentì in dovere di chiarirgli che ci sono cose che si possono fare solo nell'intimità e che, fra queste, c'era la sua nudità che solo con la mammina si poteva esibire. Poi, vuoi per prevenire possibili guai, vuoi anche perché le sensazioni che aveva provato per anni con la sua suzione si erano affievolite , spostandosi in basso, la donna iniziò, durante le succhiate, ad occuparsi del membro pupesco, sempre evidentemente in tiro e libero di mostrarsi, almeno a mammina.
Cominciò allora una lunga stagione nel corso della quale Marinella mostrò crescente attenzione verso il fallo del figlio, vezzeggiandolo e carezzandolo, baciandolo e succhiandolo, sempre con esiti molto evidenti e gratificanti per lei e per lui. Fu così che, nel tempo, la donna sorbì le prime gocce di liquido prostatico dall'uccello del figlio, gliele mostrò trionfante urlandogli "sei un uomo adesso, sei un uomo, finalmente!" ma ancor prima la donna sperimentò col ragazzo le gioie della penetrazione in cui lui godeva quasi subito e lei provvedeva immediatamente dopo, anche per sé.
Gli anni passavano, le scuole secondarie con mille sforzi ed artifici furono superate mentre i due incestuosi si affiatavano sempre più, al punto che Marinella oramai schiava padrona del suo Pupo cominciò a domandarsi se non fosse il caso di cominciare a prendere le distanze da una situazione sempre più difficile da gestire e sempre più malsana per il figlio. Inoltre, anche se il ragazzo era ancora giovanissimo, urgeva che una nuova generazione venisse alla luce per perpetuare il nome di famiglia.
La prima idea che le venne fu di cercargli una fidanzatina, della sua età, capace di dirottarne l'interesse verso carni più fresche e sode e, soprattutto, verso una vita familiare più normale e feconda.
Fatto però un veloce esame delle ragazze potenziali e delle capacità di fraternizzare, modeste per il figlio, espletati anche alcuni miserandi e poco convinti tentativi in quella direzione, si rese conto velocemente dell'impraticabilità di questa ipotesi.
Passò quindi al piano di riserva e decise che la madre, nel frattempo divenuta vedova, come del resto lei stessa, per un infarto che aveva colto il buon Geppino in un sexy bar, avesse bisogno di una badante, possibilmente dell'est europeo.
La madre che, dopo la morte del marito era rifiorita e frequentava con successo le balere della zona, inizialmente si oppose ma, compreso appieno il progetto della figlia, lo appoggiò recandosi assieme alla medesima in numerosi viaggi alla ricerca della ragazza giusta.
Questa venne identificata, dopo parecchie trasferte e mediazioni di agenzie locali, in una ragazzina, appena maggiorenne, cresciuta in orfanatrofio a Kiev e senza parenti prossimi noti.
Importata in Italia, la ragazza si dimostrò subito un esemplare atipico di femmina slava; assolutamente ingenua oltre che vergine fisicamente, totalmente priva di quelle esperienze un po' morbose che nei collegi a volte, se non spesso, accadono. Questa, niente: alle allusioni sempre più scoperte di Marinella per saggiarne scafatezza e voglie, risultava ingenua, candida e tutta da addestrare.
Nè i tentativi di mettere insieme i due ragazzi, secondo il principio di lasciar fare alla natura, funzionarono anche se l'ucraina, come la chiamavano tutti, su suggerimento di Marinella che aveva spiegato alla ragazza quale fosse il suo desiderio, ci avesse provato baciandolo e strusciandocisi un po', subito respinta però, da un Pupo che solo con mammina, "quelle cose lì".
Andò a finire che una sera Marinella lasciò libero li personale di servizio e, rimasta sola coi ragazzi li convocò nella camera da letto dell'alcova, già preparata con candele profumate accese a profusione, champagne nella glassette, e lift music come discreto sottofondo. Naturalmente toccò a lei rompere il ghiaccio, spogliando il grande Pupo e sollecitandolo coi propri seni. Lui non si fece pregare, rassicurato dalla presenza materna, anche se con qualche vergogna per la novità dell'estranea. Lei, invece, apparentemente terrorizzata, accettò solo dopo molte lusinghe d' assistere, buona buona ma senza spogliarsi e, Dio guardi, partecipare.
Quell'incontro, soddisfacente solo per il Pupo, lasciò la bocca amara alla due donne; una per essere stata coinvolta in azioni per lei disdicevoli, l'altra per non essere riuscita, come sperava, a sbloccare la situazione nonché per essersi dimenticata di soddisfarsi adeguatamente, dopo la sveltina del Pupo che le aveva fatto appena il solletico.
Ma, a mali estremi estremi rimedi l'indomani Marinella convocò l'ucraina e se la tenne a lungo con sé. Le spiegò come fosse utile, per una ragazza come lei, contare su di un marito ricco e voglioso, come le donne debbano accettare queste voglie come doni del Signore perché, in tal modo, nascono i bambini e altre cose ancora che non sembra delicato riferire.
Appurato poi che l'ostacolo maggiore era stato l'imbarazzo all'idea di spogliarsi davanti ad un maschio, Marinella ebbe l'intuizione felice di farlo lei stessa, per sé e per la ragazzina cui poi porse le proprie tette da ciucciare.
L'ucraina, frustrata affettivamente e priva di memorie lucide sulla propria madre si attaccò, quasi vorace, a quelle poppe che le venivano generosamente offerte e ci trovò subito gusto ed emozione mentre anche Marinella provò un immediato ritorno di piacere e desiderio al punto da spingersi a spogliare la ragazza del reggiseno e a contraccambiare, compunta e convinta.
Da quella volta la due donne s'incontrarono spesso per offrirsi reciprocamente i seni che, se quelli della più anziana erano generosi, quelli slavi lo erano ancor di più, resi anche più evidenti dalle spalle strette e volte all'interno della ragazza e dalle sue forme un po' legnosette, Marinella si adagiava sul letto, la prendeva fra le braccia e, quasi cullandola e ninnandola con dolci moine le faceva succhiare il seno prescelto; poi, dopo un lungo trascorrere di tempo, le denudava il suo e dopo averle pizzicottato il capezzolo ancora tenero, passava all'azione e lungamente e alacremente se ne occupava.
Doveva essere davvero uno spettacolo delizioso l'unione di queste due figure, l'una giunonica e scura mediterranea, l'altra fiiforme e bionda, dalla pelle color latte, i seni dell'una scuri e dai grandi capezzoloni bruni che nell'eccitazione si contraevano ed ingrossavano, l'altra dalle tette enormi, toniche, candide e dai capezzolini rosa carico. Nessuno però, oltre alle interessate, poté godere di tale visione, almeno per qualche tempo.
Perché poi la madre, consapevole del fatto che quei giochi stessero rischiando di cambiarle le carte in tavola, decise di approfittare della nuova acquisita complicità con la ragazza, per proseguire nel proprio disegno.
Per riuscirci doveva, però, sottomettere totalmente la giovane e per farlo approfittò, una volta, di una posizione che, con apparente casualità le si era offerta; le due donne si erano messe contrapposte e ognuna aveva in bocca il seno dell'altra in una specie di 69 di capezzoli; fu facile per Marinella, allungare allora un braccio in mezzo alle cosce dell'ucraina e a farle provare, finalmente, sensazioni ancor più voluttuose e definitive in cui i singhiozzi di piacere si mescolarono con quelli altrettanto belli per la tensione che finalmente si scioglieva, dopo tante eccitazioni insoddisfatte e per questa nuova intimità conquistata.
Pochi giorni dopo questo episodio, Marinella aveva concordato con la ragazza una nuova linea dì condotta verso il Pupo. Incontro, ancora una volta, con candele musica e vino ma stavolta Marinella offre i seni contemporaneamente ai due ragazzi che, vicinissimi tra loro, succhiano e quasi come cuccioli affamati si contendono le tette. Marinella è spiazzata però dalle sensazioni che le due bocche adulte all'unisono riescono a farle provare. Geme di piacere come già anni prima e anche il Pupo percepisce questo ritorno alle origini.
Così, per mesi, Marinella come la lupa offre le tette ai due che man mano si affiatano e quando la donna spoglia il figlio anche l'ucraina ne gode, lo ammira affascinata e, docile, segue le indicazioni della sua amica esperta.
Pupo però, pur lasciandosi fare, quando si tratta di scopare vuole la madre e non c'è modo di farlo deviare e così si ripete il rito iniziale con la ragazza che guarda, meno sconvolta e più eccitata dell'altra volta e i due che ci danno dentro.
Potremmo anche definirli innocenti trastulli fra ragazzi cresciuti in fretta ma la finalità di Marinella, un erede per il figlio, mal si concilia con questa strana suddivisione di compiti.
Così Marinella, un po' blandendo ed un po' minacciandolo di non farlo più godere, convince pian piano il Pupo a concedere all'ucraina di sostituirla, sia nell'offrirgli i seni, sia nel carezzarlo , lì in basso fino a farlo godere in quel modo, inizialmente e poi, superati i primi momenti difficili anche a godere nella bocca della ragazza che sembra, giorno dopo giorno, prenderci più gusto. In verità, per ottenere velocemente un tale risultato la donna ha dovuto intervenire attivamente, concedendo come premio al Pupo le proprie tette mentre l'altra si dava da fare con l'uccello.
Dopo questi risultati clamorosi c'è un ultimo passo da compiere; il rapporto completo che era l'obiettivo iniziale più importante per mammina, che sia fecondo e felice.
E dunque anche in questa direzione l'abnegazione materna, in verità sempre più compiaciuta per quanto il destino la costringa a fare, deve muoversi e un giorno che resterà stampato nella memoria di tutti e tre, la donna dà una svolta alla situazione di stallo.
Mentre il Pupo, supino come sempre, si da da fare con i capezzoli di mammina, lei incoraggia la ragazza a tralasciare il solito rituale di bocca e a introdursi altrove quel pezzo di carne che ha ormai imparato così bene a trattare e lei, docile, ci si impala sopra, prima incerta e paurosa ma poi, assecondando l'energico abbraccio di Marinella che ce la forza sopra, se l' infila tutto, con una smorfia di dolore misto, ormai, a trionfo.
Le due donne sono esultanti per il clamoroso risultato ma è il Pupo, adesso, a rivoltarsi e, per tenerlo buono, ancora sarà la madre a doversi sacrificare offrendogli ogni volta i propri capezzoli da torturare mentre l'altra se lo scopa alla ricerca cocciuta del suo seme fecondante. Lui infatti ormai se non ha i seni di una e la figa dell'altra, lui no, niente da fare e, dovendo privilegiare la scopata fra i due giovani e, essendo lui uno che quando gode morde, accade che i seni ne escano sempre più provati.
Meno male che Marinella, in queste situazioni, ritrova le antiche emozioni e con questi tre crea una coppia indissolubile, un'anomala coppia, a tre corpi.
Un annetto dopo Marinella attraversa il Corso trionfante, seni sempre magnifici e desiderati da tutti i maschi che la osservano, spingendo una carrozzina. Alla sua destra c'è il Pupo e alla sinistra la sua, ormai legittima consorte, l'ucraina.
La carrozzina è una specie di pullman a due posti e contiene il frutto dell'impegno della nonna orgogliosa, una coppia di gemelli, Rosa e Fosco. Due gemellini sotto peso e anche un po' rachitici le cui storie sarebbe interessante conoscere e poter raccontare. Peccato siano così piccoli che sarà necessario, per poterlo fare, attendere ancora qualche anno.
Quando Marinella sposò Geppino nessuno se ne stupì ma tutti invidiarono quell'omarino che vedovo e senza alcuna attrattiva, salvo l'ingente patrimonio, aveva ottenuto quel popò di femmina.
Lei aveva appena 18 anni e lui già 54 e la fama del puttaniere, conseguente alla malattia ed alla morte della prima moglie, Assunta, una donna bruttina e dalla salute incerta che aveva però rimpinguato il patrimonio già notevole dell'uomo, allietato le notti con insospettabili arti e poi l'aveva lasciato privo di conforto coniugale ma più ricco di prima delle nozze.
Per consolarsi, Geppino si era dato alle entreneuses dei locali di lap dance ma poi se ne era annoiato e, vista Marinella che usciva dalle magistali, mentre lui se ne andava a spasso per il Corso, se ne era invaghito subito e senza scampo.
Vista, piaciuta, concupita e corteggiata all'antica, con grandi mazzi di rose rosse seguiti poi da cioccolatini, gioiellini e gioielli sempre più impegnativi, man mano che la conoscenza ed il conseguente corteggiamento procedevano.
I genitori di lei, specie la madre perché il padre appariva meno combattuto e più concreto, erano incerti fra il bene della figlia, nel senso delle sue prospettive affettive ed il bene della figlia, nel senso dei beni materiali che, sempre prospetticamente, si delineavano come effetti collaterali delle più o meno giuste nozze.
E lei?
Beh lei non si può dire che fosse particolarmente incerta, intrigata com'era dai regali sempre più promettenti dello spasimante e poco interessata a romanticherie come l'amore, il desiderio, la passione dei sensi.
In effetti Marinella era uno strano contrasto di elementi, con quell'aspetto tanto mediterraneo che faceva immaginare chissà quali promesse a letto, con quel corpo statuario, magari già un po' giunonico ma anch'esso pregno di promesse e lusinghe che ogni maschio e anche qualche femmina del luogo s'immaginava e turbava onanistiche notti insonni di giovani brufolosi.
Geppino poi da Assunta, malgrado una decina d'anni e più d'intense attività d'alcova prima della malattia, non aveva avuto figli e sperava dunque finalmente di trovare un erede che gestisse l'albergo Metropole, i due ristoranti sul lungomare ed il patrimonio mobiliare ed immobiliare che crescevano grazie a queste attività.
Fu dunque con grande sollievo che. dopo pochi mesi dalle nozze. la ragazza rimase incinta e che circa ad un anno dal matrimonio nacque Attilio, un bel bambinone di oltre 4 chili.
In realtà che si chiamasse Attliio lo seppero in pochi perchè, da subito, venne affettuosamente chiamato Pupo e con questo nomignolo crebbe e divenne uomo.
Marinella si dimostrò subito una brava mamma, piena di premure per il piccolo ma anche per il marito cui volle risparmiare il disagio dei risvegli notturni per le poppate e gli organizzò un camera da letto tutta per lui, con un comodo baldacchino che lo fece sentire una specie di sultano, quando ancora sperava che Marinella lo raggiungesse, ma poi col tempo si rassegnò e se ne tornò alle delizie della lap e delle signorine a tassametro che non dicevano mai no.
In tal modo la donna si ritrovò lìbera di crescere il Pupo a modo suo, allattandolo in ogni momento del giorno e della notte, evitandogli così ogni possibile frustrazione e facendolo crescere sereno e silenzioso, pago delle coccole e delle poppe materne, sempre disponibili e pregne di tanto buon latte. Lei aveva letto, sapeva, che su al nord era di gran moda, fra le femministe ispirate da recenti avanzate teorie nord americane, l'allattamento al seno, anche prolungato nel tempo, come antidoto a malattie e anche propedeutico ad un' armonica crescita psicofisica e ci si era gettata a capofitto con la dedizione di una santa e con la fede di una zelota.
Che questi accostamenti non meraviglino; infatti, come una santa, aveva durante le poppate del figlio momenti d'intensa emozione estatica, molto vicina a veri e propri orgasmi che la donna spesso facilitava o sollecitava con leggere contrazioni delle cosce che, sfregate tra loro, si riverberavano nelle zone più oscure e umide del suo bel corpo.
L'allattamento del Pupo andò avanti a lungo, anche oltre, molto oltre i tempi dello svezzamento.
Ogni volta che al Pupo veniva voglia, perentorio, con voce già evidentemente da maschietto, invocava il capezzolo.
Marinella se lo portava in camera e, slacciato il reggiseno se lo attaccava fino a che lui non si stufava, sempre dopo molto tempo, lasciando spesso la madre insoddisfatta e, anche per questo, pronta se non addirittura impaziente di ricominciare.
Gli anni passavano ed il Pupo cresceva sano e forte anche se, in verità, un po' tardivo.
Perfino la madre che lo viziava in ogni modo, che lo proteggeva da qualunque ingiuria esterna, pur non essendo lei stessa un'aquila dovette ammettere che i livelli di apprendimento e di crescita intellettuale del Pupo erano poco omogenei ed inversamente proporzionali a quelli fisici.
E che fisico! Il ragazzino, ormai in prima elementare, era il più alto e forte di tutti ma, cosa nota solo a pochi, disponeva di una formidabile argomentazione fra le cosce che ne faceva un predestinato ai giochi d'amore.
Ffra l'altro, in questo aspetto dimostrava anche grande precocità esibendo, a tutto gusto suo e delle interessate, il proprio arnese già adulto anche fin d'allora, a donne che frequentavano la casa e che, poi, rinunciavano, anche per la scelta di Marinella a non esporle alle intemperanze del figlio.
Anzi, un giorno si sentì in dovere di chiarirgli che ci sono cose che si possono fare solo nell'intimità e che, fra queste, c'era la sua nudità che solo con la mammina si poteva esibire. Poi, vuoi per prevenire possibili guai, vuoi anche perché le sensazioni che aveva provato per anni con la sua suzione si erano affievolite , spostandosi in basso, la donna iniziò, durante le succhiate, ad occuparsi del membro pupesco, sempre evidentemente in tiro e libero di mostrarsi, almeno a mammina.
Cominciò allora una lunga stagione nel corso della quale Marinella mostrò crescente attenzione verso il fallo del figlio, vezzeggiandolo e carezzandolo, baciandolo e succhiandolo, sempre con esiti molto evidenti e gratificanti per lei e per lui. Fu così che, nel tempo, la donna sorbì le prime gocce di liquido prostatico dall'uccello del figlio, gliele mostrò trionfante urlandogli "sei un uomo adesso, sei un uomo, finalmente!" ma ancor prima la donna sperimentò col ragazzo le gioie della penetrazione in cui lui godeva quasi subito e lei provvedeva immediatamente dopo, anche per sé.
Gli anni passavano, le scuole secondarie con mille sforzi ed artifici furono superate mentre i due incestuosi si affiatavano sempre più, al punto che Marinella oramai schiava padrona del suo Pupo cominciò a domandarsi se non fosse il caso di cominciare a prendere le distanze da una situazione sempre più difficile da gestire e sempre più malsana per il figlio. Inoltre, anche se il ragazzo era ancora giovanissimo, urgeva che una nuova generazione venisse alla luce per perpetuare il nome di famiglia.
La prima idea che le venne fu di cercargli una fidanzatina, della sua età, capace di dirottarne l'interesse verso carni più fresche e sode e, soprattutto, verso una vita familiare più normale e feconda.
Fatto però un veloce esame delle ragazze potenziali e delle capacità di fraternizzare, modeste per il figlio, espletati anche alcuni miserandi e poco convinti tentativi in quella direzione, si rese conto velocemente dell'impraticabilità di questa ipotesi.
Passò quindi al piano di riserva e decise che la madre, nel frattempo divenuta vedova, come del resto lei stessa, per un infarto che aveva colto il buon Geppino in un sexy bar, avesse bisogno di una badante, possibilmente dell'est europeo.
La madre che, dopo la morte del marito era rifiorita e frequentava con successo le balere della zona, inizialmente si oppose ma, compreso appieno il progetto della figlia, lo appoggiò recandosi assieme alla medesima in numerosi viaggi alla ricerca della ragazza giusta.
Questa venne identificata, dopo parecchie trasferte e mediazioni di agenzie locali, in una ragazzina, appena maggiorenne, cresciuta in orfanatrofio a Kiev e senza parenti prossimi noti.
Importata in Italia, la ragazza si dimostrò subito un esemplare atipico di femmina slava; assolutamente ingenua oltre che vergine fisicamente, totalmente priva di quelle esperienze un po' morbose che nei collegi a volte, se non spesso, accadono. Questa, niente: alle allusioni sempre più scoperte di Marinella per saggiarne scafatezza e voglie, risultava ingenua, candida e tutta da addestrare.
Nè i tentativi di mettere insieme i due ragazzi, secondo il principio di lasciar fare alla natura, funzionarono anche se l'ucraina, come la chiamavano tutti, su suggerimento di Marinella che aveva spiegato alla ragazza quale fosse il suo desiderio, ci avesse provato baciandolo e strusciandocisi un po', subito respinta però, da un Pupo che solo con mammina, "quelle cose lì".
Andò a finire che una sera Marinella lasciò libero li personale di servizio e, rimasta sola coi ragazzi li convocò nella camera da letto dell'alcova, già preparata con candele profumate accese a profusione, champagne nella glassette, e lift music come discreto sottofondo. Naturalmente toccò a lei rompere il ghiaccio, spogliando il grande Pupo e sollecitandolo coi propri seni. Lui non si fece pregare, rassicurato dalla presenza materna, anche se con qualche vergogna per la novità dell'estranea. Lei, invece, apparentemente terrorizzata, accettò solo dopo molte lusinghe d' assistere, buona buona ma senza spogliarsi e, Dio guardi, partecipare.
Quell'incontro, soddisfacente solo per il Pupo, lasciò la bocca amara alla due donne; una per essere stata coinvolta in azioni per lei disdicevoli, l'altra per non essere riuscita, come sperava, a sbloccare la situazione nonché per essersi dimenticata di soddisfarsi adeguatamente, dopo la sveltina del Pupo che le aveva fatto appena il solletico.
Ma, a mali estremi estremi rimedi l'indomani Marinella convocò l'ucraina e se la tenne a lungo con sé. Le spiegò come fosse utile, per una ragazza come lei, contare su di un marito ricco e voglioso, come le donne debbano accettare queste voglie come doni del Signore perché, in tal modo, nascono i bambini e altre cose ancora che non sembra delicato riferire.
Appurato poi che l'ostacolo maggiore era stato l'imbarazzo all'idea di spogliarsi davanti ad un maschio, Marinella ebbe l'intuizione felice di farlo lei stessa, per sé e per la ragazzina cui poi porse le proprie tette da ciucciare.
L'ucraina, frustrata affettivamente e priva di memorie lucide sulla propria madre si attaccò, quasi vorace, a quelle poppe che le venivano generosamente offerte e ci trovò subito gusto ed emozione mentre anche Marinella provò un immediato ritorno di piacere e desiderio al punto da spingersi a spogliare la ragazza del reggiseno e a contraccambiare, compunta e convinta.
Da quella volta la due donne s'incontrarono spesso per offrirsi reciprocamente i seni che, se quelli della più anziana erano generosi, quelli slavi lo erano ancor di più, resi anche più evidenti dalle spalle strette e volte all'interno della ragazza e dalle sue forme un po' legnosette, Marinella si adagiava sul letto, la prendeva fra le braccia e, quasi cullandola e ninnandola con dolci moine le faceva succhiare il seno prescelto; poi, dopo un lungo trascorrere di tempo, le denudava il suo e dopo averle pizzicottato il capezzolo ancora tenero, passava all'azione e lungamente e alacremente se ne occupava.
Doveva essere davvero uno spettacolo delizioso l'unione di queste due figure, l'una giunonica e scura mediterranea, l'altra fiiforme e bionda, dalla pelle color latte, i seni dell'una scuri e dai grandi capezzoloni bruni che nell'eccitazione si contraevano ed ingrossavano, l'altra dalle tette enormi, toniche, candide e dai capezzolini rosa carico. Nessuno però, oltre alle interessate, poté godere di tale visione, almeno per qualche tempo.
Perché poi la madre, consapevole del fatto che quei giochi stessero rischiando di cambiarle le carte in tavola, decise di approfittare della nuova acquisita complicità con la ragazza, per proseguire nel proprio disegno.
Per riuscirci doveva, però, sottomettere totalmente la giovane e per farlo approfittò, una volta, di una posizione che, con apparente casualità le si era offerta; le due donne si erano messe contrapposte e ognuna aveva in bocca il seno dell'altra in una specie di 69 di capezzoli; fu facile per Marinella, allungare allora un braccio in mezzo alle cosce dell'ucraina e a farle provare, finalmente, sensazioni ancor più voluttuose e definitive in cui i singhiozzi di piacere si mescolarono con quelli altrettanto belli per la tensione che finalmente si scioglieva, dopo tante eccitazioni insoddisfatte e per questa nuova intimità conquistata.
Pochi giorni dopo questo episodio, Marinella aveva concordato con la ragazza una nuova linea dì condotta verso il Pupo. Incontro, ancora una volta, con candele musica e vino ma stavolta Marinella offre i seni contemporaneamente ai due ragazzi che, vicinissimi tra loro, succhiano e quasi come cuccioli affamati si contendono le tette. Marinella è spiazzata però dalle sensazioni che le due bocche adulte all'unisono riescono a farle provare. Geme di piacere come già anni prima e anche il Pupo percepisce questo ritorno alle origini.
Così, per mesi, Marinella come la lupa offre le tette ai due che man mano si affiatano e quando la donna spoglia il figlio anche l'ucraina ne gode, lo ammira affascinata e, docile, segue le indicazioni della sua amica esperta.
Pupo però, pur lasciandosi fare, quando si tratta di scopare vuole la madre e non c'è modo di farlo deviare e così si ripete il rito iniziale con la ragazza che guarda, meno sconvolta e più eccitata dell'altra volta e i due che ci danno dentro.
Potremmo anche definirli innocenti trastulli fra ragazzi cresciuti in fretta ma la finalità di Marinella, un erede per il figlio, mal si concilia con questa strana suddivisione di compiti.
Così Marinella, un po' blandendo ed un po' minacciandolo di non farlo più godere, convince pian piano il Pupo a concedere all'ucraina di sostituirla, sia nell'offrirgli i seni, sia nel carezzarlo , lì in basso fino a farlo godere in quel modo, inizialmente e poi, superati i primi momenti difficili anche a godere nella bocca della ragazza che sembra, giorno dopo giorno, prenderci più gusto. In verità, per ottenere velocemente un tale risultato la donna ha dovuto intervenire attivamente, concedendo come premio al Pupo le proprie tette mentre l'altra si dava da fare con l'uccello.
Dopo questi risultati clamorosi c'è un ultimo passo da compiere; il rapporto completo che era l'obiettivo iniziale più importante per mammina, che sia fecondo e felice.
E dunque anche in questa direzione l'abnegazione materna, in verità sempre più compiaciuta per quanto il destino la costringa a fare, deve muoversi e un giorno che resterà stampato nella memoria di tutti e tre, la donna dà una svolta alla situazione di stallo.
Mentre il Pupo, supino come sempre, si da da fare con i capezzoli di mammina, lei incoraggia la ragazza a tralasciare il solito rituale di bocca e a introdursi altrove quel pezzo di carne che ha ormai imparato così bene a trattare e lei, docile, ci si impala sopra, prima incerta e paurosa ma poi, assecondando l'energico abbraccio di Marinella che ce la forza sopra, se l' infila tutto, con una smorfia di dolore misto, ormai, a trionfo.
Le due donne sono esultanti per il clamoroso risultato ma è il Pupo, adesso, a rivoltarsi e, per tenerlo buono, ancora sarà la madre a doversi sacrificare offrendogli ogni volta i propri capezzoli da torturare mentre l'altra se lo scopa alla ricerca cocciuta del suo seme fecondante. Lui infatti ormai se non ha i seni di una e la figa dell'altra, lui no, niente da fare e, dovendo privilegiare la scopata fra i due giovani e, essendo lui uno che quando gode morde, accade che i seni ne escano sempre più provati.
Meno male che Marinella, in queste situazioni, ritrova le antiche emozioni e con questi tre crea una coppia indissolubile, un'anomala coppia, a tre corpi.
Un annetto dopo Marinella attraversa il Corso trionfante, seni sempre magnifici e desiderati da tutti i maschi che la osservano, spingendo una carrozzina. Alla sua destra c'è il Pupo e alla sinistra la sua, ormai legittima consorte, l'ucraina.
La carrozzina è una specie di pullman a due posti e contiene il frutto dell'impegno della nonna orgogliosa, una coppia di gemelli, Rosa e Fosco. Due gemellini sotto peso e anche un po' rachitici le cui storie sarebbe interessante conoscere e poter raccontare. Peccato siano così piccoli che sarà necessario, per poterlo fare, attendere ancora qualche anno.
racconti
Da anni, parecchi, scrivo racconti erotici per un pubblico immaginario che poi diventa reale nel NG it.sesso.racconti.
Adesso, qui ed ora, voglio cominciare a comunicare con chi lo vorrà, ma anche postare miei racconti remoti o man
mano che mi verrà di scriverne.
Adesso, qui ed ora, voglio cominciare a comunicare con chi lo vorrà, ma anche postare miei racconti remoti o man
mano che mi verrà di scriverne.
inaugurazione
La gente scrive, legge, interloquisce e vive nel web. Io ho imparato cose e conosciuto persone,
amato e compreso grazie al web ma mai l'ho usato in questo modo. Adesso provo e speriamo
bene.
lehaim da haimle
amato e compreso grazie al web ma mai l'ho usato in questo modo. Adesso provo e speriamo
bene.
lehaim da haimle
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