domenica 4 maggio 2008

aDRiaNa racconto

aDRiaNa

Ho conosciuto Adriana nel più banale dei modi: lei gestisce, anzi dovrei dire gestiva, un negozio di intimo femminile, a pochi passi da casa mia e, malgrado personalmente non sia abituato ad indossare corsetti e calze di seta, reggicalze o tanga, ero entrato la prima volta per cercare delle calze per mia madre, ormai impossibilitata ad uscire, dall'incalzare della malattia che già l'aveva costretta sulla sedia a rotelle.

Adriana, con competenza, e sollecitudine tutta femminile verso questo cinquantenne alla ricerca di calze per la madre, mi aprì nuovi orizzonti, costituiti da misure e titoli, da coprenze e denari, rendendomi in breve un esperto in grado di scegliere alcunché servisse al comfort della mia genitrice.

Compresi subito che il suo nome era quasi il simbolo del suo carattere, un misto di durezze e morbidezze che mi ammaliava; perché non c'è dubbio che il nome Adriana, con quelle consonanti tutte spigolose, è solo in parte stemperato dall'ammorbidente rotondità delle A, iterative quanto basta, ma inadeguate, nella loro monotonia, e con quella pungente i, a riequilibrare in toto l'asse del nome, verso una dolce armonia .

Le morbidezze erano già in bella mostra ad un esame anche superficiale del fisico; una nera corvina con pelle bianchissima, e tratti marcati da meridionale, illuminati dal sorriso più radioso e contagioso che abbia mai ammirato, sottolineato da denti perfetti, bianchissimi e quasi riflettenti, ma non per questo impersonali o privi di carattere!

La morbidezza, dicevo, si manifestò, subito e senza ostacoli fin dal primo momento e si riconfermò quando, grazie alla vicinanza, cominciammo a prendere insieme qualche caffè, al mattino, o qualche aperitivo, più rilassati, a fine giornata.

L'intesa che il linguaggio del corpo, congiunto al nostro comunicare scoprendoci a vicenda, ci andavano manifestando, fu però stemperata dalla durezza che comparve nei suoi occhi quando le raccontai di mia moglie, del nostro difficile rapporto, del nostro "fare" i separati in casa, in attesa di eventi che noi stessi ignoravamo quali potessero essere, forse per abitudine, forse per pigrizia e noia.

D'allora, anche se rimanemmo amici, senza farci mancare, e nemmeno diradare, caffè ed aperitivi, il mio discreto ma insistente ed insinuante corteggiamento
venne regolarmente rintuzzato col semplice menzionare la mia condizione di coniugato, talora addirittura col semplice citare, icasticamente il solo nome di mia moglie Anna!

Beh, non so voi, ma se posso accettare di essere rifiutato per mie carenze personali, per non essere gradito a chi me lo manifesta, non comprendo chi, adulto e vaccinato e in età ormai matura, come nel caso di Adriana, mi tenga a bada col solo sottopormi il mio stato di famiglia, contraddicendo altri elementi del rapporto, suoi valori e sentimenti!

Così continuai a tentare seduzione e a ricevere spigolosità verbali e messaggi metarverbali d'indubitabile, aggressiva, riprovazione!

Andammo avanti così, per quasi due anni quando un giorno, mentre passavo frettoloso davanti alle vetrine del negozio, notai qualcosa d'insolito che mi costrinse a bloccarmi e ritornare sui miei passi: le due vetrine erano oscurate dai vistosi cartelli che segnalavano un mese di vendite speciali, quali conseguenza dell'imminente cessazione d'attività.

Sapevo bene come Adriana non fosse contenta del suo business, di cui spesso si lamentava, ma non avrei mai immaginato che potesse prendere tale decisione, così in fretta e senza consultarmi prima, non fosse altro che per la mia esperienza di commercialista.

Concetti che le proposi subito, entrando nel negozio e vedendola alle prese con la merce che, dagli scaffali e contenitori, andava ponendo in evidenza coi relativi prezzi scontati.

Adriana però, col sorriso più dolce che ricordassi in lei, mi spiegò che era stufa di guadagnare l'equivalente di un mediocre stipendio e di aver accettato l'offerta di collaborazione, nelle vendite, propostale da un fornitore, in fase espansiva.

Disponeva di un mese per liquidare tutto, riconsegnare le chiavi al proprietario dei muri, e cominciare dall'altra parte.

Stemperò il mio cruccio, seguente al'ultima mazzata in cui mi aveva dichiarato che avremmo poi avuto scarse opportunità d'incontro, promettendomi l'aperitivo tutte le sere e dicendomi, con voce da gattina, "Cominciamo subito, da stasera; ti aspetto all'ora della chiusura e ti offro l'aperitivo qui, in negozio".

Diviso fra la sensazione di una svolta nel nostro rapporto e la possibile ennesima frustrazione, passai una giornata fra il trasognato e l'assente!

Alle 19.30 ero sulla porta e aiutai Adriana a buttare "giò la claire"!
Il locale era una vera baraonda con tutti i capi disfatti, dappertutto e con vistose tracce del passaggio di femmine urlanti, alla caccia dell'affare del secolo.

Lei, con calma olimpica, venne dal retro con due flute di Champagne che bevemmo in silenzio e quasi compunti; poi lei, con tono molto neutro, con solo una nota rotta in gola disse "Allora, stupido, non mi baci?"

Tutto fu semplice e come me lo sarei aspettato, senza le ripulse che ci avevano allontanati, per così tanto tempo.

La bocca dolce e sugosa mi sollecitava altre intimità, le sue mani guidavano le mie nei punti dove potevo ritrovare bottoni e gancetti e, quando ci fu poco o niente ancora da sganciare, in altri punti, altrettanto strategici, delicati, e sensibili del suo corpo.

Un corpo minuto, da brevilinea, molto proporzionata ed armonica solo un po' squilibrato nelle curve, vistose e nelle sporgenze, colline più pesanti di quanto il tutto facesse sospettare.

Quella prima sera lei mi consentì di prendere visione e contatto con tutto quello che c'era da scoprire, con tutte le sue sensibilità, con molte delle sue voglie recondite ed esplicite.

Le sere successive , però, ci fu una strana metamorfosi; era come se sentisse il bisogno di fare di più, sempre qualcosa di più secondo il principio "più di ieri e meno di domani," come recitava una vecchia dedica dell'amore.

Così, mentre mi era sembrato che avrei dovuto, forse, essere io ad insegnare, lei ogni sera aggiungeva elementi al nostro rapporto, con una costante escalation di atti e fantasie, sempre più trasgressivi e perverse, in compagnia di oggetti propri ed impropri, in grado di stuzzicare le nostre voglie, anche dopo il primo entusiasmo.

Era come se il negozio, come una specie di maxi clessidra, nel suoi progressivo svuotarsi, incitasse Adriana ad agire ed agirmi secondo capricci che potevano quasi sembrarmi programmati, nella loro crescente intensità.

Uno degli ultimi giorni, eravamo agli sgoccioli ed io mi domandavo come avrei potuto mai lasciarla andar, lei tirò fuori delle calze dalle loro confezioni e me le stinse fortemente ai quattro arti, fissandole poi a delle sbarre che correvano ad altezza di battiscopa, dietro i mobili; in quella posizione ero schiacciato a terra supino e lei mi montò a lungo con uno sguardo dominatore, quello di una donna che stava abbandonando le sue A, a tutto beneficio delle consonanti.

Allorché mi sentii sfinito lei cercò ancora di sollecitarmi ma senza esito: fu così che cominciò il nostro ultimo giochino, mani strette al collo e voce mielata, stretta più salda e descrizione di quello che MI avrebbe fatto , fino all'immancabile erezione ed iterazione del nostro rapporto, con furia da amazzone.

La sera dopo, la variante: calze a polsi e caviglie, ma in posizione prona.
Stavolta non voleva montarmi ma usarmi. Due spruzzi di crema sulle dita
e cominciò a frugarmi fra le natiche alternando lusinghe verbali a durezze digitali.
Le sue dita sembravano d'acciaio nel penetrarmi, una alla volta ma poi due e tre
fino a farmi male davvero tanto male, fino a costringermi, malgrado me, a chiedere di smetterla, per favore, smettila!

La voce da suadente diventa imperiosa, le dita, invece, si sciolgono, diventano morbide, è una sola e mi fruga lussuriosa cercando l'antro, più interno ma sensibile e mentre lei mi rovescia addosso ingiurie ignominiose la mano riesce, dal di dentro, a portarmi ad un insperato orgasmo!

Ma lei non è soddisfatta del suo schiavo, no davvero, e si aspetta che io abbia prontamente una nuova erezione per potermi usare, come dice, per il suo piacere, ed allora, rimesso in posizione supina, sentirò le sue mani che stringono il mio collo, dolorosamente ma efficacemente. Basta poco e lei è su di me e mi monta ancora, insultante per la mia erezione incerta, per la mia dubbia virilità.

Ho paura; per la prima volta sento che il gioco si fa pericoloso e l'incombente fine mese mi inquieta; in poche settimane abbiamo vissuto insieme tutta la scala del possibile ed io, da suonatore sono, già da tempo, suonato, oltre che frastornato.

Sono però anche attirato, in misura proporzionale all'abisso che intravedo, all'escalation dei nostri giuochi, al delirio dell'ultimo giorno; promessa/minaccia questa, inespressa ma palpabilmente presente.

Oggi siamo all'ultima settimana, già avanzata, mi fa indossare quelle calze che ha usato per legarmi, e un corsetto che non venderà più; un tanga color rosa rossa copre a mala pena il mio uccello e con un rossetto si diverte a truccarmi le labbra e ad accentuare i capezzoli, mentre col mascara mi ritocco gli occhi che, in un momento di sua, ormai sempre più rara dolcezza, definisce molto belli, di velluto, come quelli di un catanese. il Mastroianni del Bell'Antonio.

Non mi mostra i risultati del suo lavoro ma stavolta, senza legacci, ormai domo ed indifeso, mi sbatte contro alla parete, e con un lungo calzascarpe da stivale mi colpisce, metodica e con cadenza meccanica, le natiche che, inizialmente quasi piacevolmente sollecitate, con l'andare del tempo e l'accumulo dei colpi, iniziano a bruciare, in progressione geometrica.

Con la sinistra ogni tanto cerca il mio membro, totalmente indisponibile e ne saggia le scarse reazioni; dopo un po' si ferma, la sento armeggiare alle mie spalle e schiacciare l'erogatore della crema, poi una forza bruta mi penetra l'ano senza consentirmi reazioni.
Deve essere uno dei suoi falli di gomma con cui giocavamo all'inizio e presto abbandonati; oggi è per me e mentre mi accorgo che le sensazioni che provo, anche se piacevoli e non terrificanti come avrei temuto, non sono compatibili con quanto Adriana, ancora una volta, si aspetta da me; una sana, certa, duratura erezione, utile ad un rapporto completo.

Questa volta però lei mostra comprensione e me lo prende in bocca e lo stimola con quella sapienza che tanto mi aveva sorpreso all'inizio del mese, ovvero una vita fa.

L'orgasmo, intenso e liberatorio è accentuato dalla passione con cui la donna prende tutto, fino in fondo ma non ingoia e, con mossa fulminea, accosta le labbra alle mie e, usando la lingua come un cucchiaio, imbocca il suo pupo fino a fargli assorbire tutto il suo seme.

Ma ,ahimè non è finita e la stretta al collo non è delle mani ma di una calza che mi fa chiudere gli occhi, emettere un sibilo sinistro e rantolare in debito d'ossigeno!

Lei mi schiaffeggia sul viso, per rianimarmi e per rimbrottarmi; stavolta però non insiste. La prossima volta, dice, sarà l'ultimo giorno.

Mi lascia dunque 2 giorni di carenza; io protesto ma lei mi vuole in forze e con tono aspro e carico d'ironia mi suggerisce bistecche al sangue, per prepararmi all'ultima sera.

Trascorrerò quei due giorni, a casa, in malattia, in concentrazione come un monaco tibetano, senza che mia moglie me ne chieda ragione e, d'altro canto, per me lei è un'ombra sullo sfondo, nemmeno mi avvedo più della sua presenza in casa.

La sera fatidica sono spossato nel fisico ed ancor più nel morale; come potrò cessare questa relazione, come accettare il regolare scorrere del tempo e dei suoi conseguenti accadimenti? Sono però, ambiguità della natura umana, anche impaziente ed eccitato, quale sarà il gran finale, cosa ha concepito per il nostro commiato?


Il negozio stavolta è in penombra; le poche rimanenze sono accatastate in un angolo, già pezze da eliminare, i pochi manichini, già reperti anatomici da laboratorio, tronchi, gambe e dorsi privi dei loro complementi, mi appaiono ancora più macabri dell'usuale, se possibile, grazie alla confusione che crea nuove forme anatomiche, donne virtuali, frutto di aggiunte e sovrapposizioni fra numerosi pezzi che formano una donna con quattro braccia ed ancor più gambe.

Adriana, come la pria sera, mille anni fa, mi porge una flute di Champagne e si mette subito all'opera, spogliandomi e legandomi stretto, stavolta seduto ma bloccato, al pavimento!

Si spoglia sulle note di un vecchio motivo, forse 9 settimane e mezzo, che emerge da una radio, posta nel retro ma il cui suono è come in sordina. Le movenze sensuali e lussuriose mi appaiono alterate, lentissime, come un ralentie cinematografico; le mie membra sono intorpidite al punto che quasi non le sento, e non mi stupisco quando, dal groviglio di tette e gambe accatastato, emerge una donna, suprema illusione ottica di questa notte assurda in cui tutte le mie percezioni sono alterate; mi assale il dubbio che lo Champagne fosse drogato e che tutto quello che vedo sia frutto di un sogno, un bel sogno, solo un po' sinistro e forse troppo anestetico.
Le due donne s'incontrano nella penombra e noto con un sobbalzo che anche l'altra è nuda, è in carne ed ossa e indossa solo un tanga rosa rossa ed una maschera veneziana, di porcellana e piume, secondo una moda plurisecolare.

Le donne si abbracciano e fra di loro corre un brivido che si riverbera su di me; no, non è un sogno ma oso sperare che sia il supremo regalo che Adriana mi riserva, uno spettacolo tribadico, magari con mio coinvolgimento finale, ed allora recupero attenzione e sensibilità fisica, avverto un indurimento fra le cosce mentre il mio interesse s'affina, insieme ai miei sensi.


Le donne, apparentemente ignare o indifferenti alla mia presenza, continuano i loro rituali saffici, mani che accarezzano, lingua di Adriana che scivola lungo la pelle della sconosciuta, liberando brillii che la scarsa illuminazione, solo in favore di luce, rivela.

Le mani frugano e stimolano reciprocamente fino al punto in cui, prese da un incalzante scomposta eccitazione, levata la maschera, la sconosciuta immerge il viso fra le cosce di Adriana e,posso solo immaginare dai leggeri movimenti del capo e dai più ampio movimenti del bacino, lecca e lappa, immerge e riemerge in un lungo lavorio di bocca e lingua che porta all' inequivocabile orgasmo della mia amante.

Ancora non vedo il volto della nuova arrivata ma quando si alza, di spalle, già mi colpisce qualcosa di noto e, nel momento in cui si gira, ho scoperto, riconosciuto, ed il sangue diventa ghiaccio, il. viso della separata in casa, dell'indifferente mia compagna di vita!

Anna mi osserva così, solo per un attimo, e poi se ne esce senza una parola, verso il retro dove, immagino, si riveste e se ne va!

Adriana, sempre nuda, con un forte odore di sesso che l'accompagna negli spostamenti, mi chiede con voce rotonda "Ti è piaciuto?" e sottolinea la frase strizzando, cattiva, un capezzolo, poi, mi imbavaglia con del nastro adesivo e dice;
"Adesso però, mi diverto io!"

E' una Adriana che ha messo da parte tutte le vocali, quella che riconosco in questo momento, una DRN che, stavolta, non mi lascerà tornare a casa.

Le mutande che aveva levato le servono per coprirmi il viso; una calza, ormai le riconoscerei comunque, mi stringe il collo, attraverso il bordo delle mutandine; se mai c'è stato un caso d'esecuzione capitale coerente, questo è uno di quelli.

La pressione è leggera e continua, progressiva ma in grado ancora di farmi sentire l'erezione. L'orgasmo sarà l'ultima mia sensazione e mi dico che è una buona fine, a coronamento di un compendio di vita, come quello di quest'ultimo mese.

Non saprò mai, ma non m'interessa, cosa ci fosse dietro.

I lettori della nera leggeranno una settimana dopo:" Ritrovato il cadavere di un uomo che si era introdotto in un negozio appena abbandonato dalla gestione, per praticarvi attività autoerotiche irriferibili. Il feticista, approfittando della chiusura definitiva di un negozio di abbigliamento intimo femminile, ci si è introdotto per concedersi quei piaceri perversi che solo un ambiente come quello poteva prestargli.
Particolare penoso: la moglie era amica della proprietaria del negozio abbandonato,
che, generosamente, ha convinto la vedova ad andare a vivere con lei, fuori città."

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